I Cure e Robert Smith, supereroe del rock che non invecchia mai

English rock band The Cure performs live in Milano, Italy

È bello pensare che esistano per davvero i supereroi, invariabili nel vestire e nell’acconciarsi, sempre con la stessa età, loro che possono permettersi di non invecchiare mai. Ed è bello scoprire che qualcosa o meglio qualcuno di simile a quei protagonisti di carta si materializzi in carne ed ossa. Com’è accaduto martedì al Forum di Assago.

Già. Che lo si sia visto nel 1999, nel 2005, nel 2012 e, finalmente nel 2016, Robert Smith, il nostro supereroe del rock’n’roll, è sempre, straordinariamente, uguale. Perché oltre alla capigliatura e all’uniforme, cerone e zazzera nera sparata in aria (anche se gli anni sono ormai 58 anni all’anagrafe) non sono mutate nemmeno la voce, l’attitudine. E la generosità sul palco, come si è avuto modo di comprovare al Forum (replica mercoledì, ci sono ancora biglietti, in cassa ad Assago, a partire dal pomeriggio) quando si è presentato con i suoi Cure. Loro sì in formazione a volte cangiante, ma sempre comunque una garanzia. A partire dal sempiterno e tarantolato Simon Gallup al basso per finire con il compassato e ineccepibile Roger O’ Donnell alle tastiere.

Ma è ovviamente Robert a calamitare le attenzioni dell’eterogeneo pubblico presente ad Assago (un po’ di tutto ormai e non più sottoculturale, darkettoni e stop, come negli anni’80) nelle oltre tre ore di concerto. Dei recordman, alla maniera di uno Springsteen, i Cure, eppure mai noiosi, mai un momento di stanca. Perché la scaletta è composita (e cambia sempre peraltro) in modo da accontentare tutti, con tre corposi bis. E non ci sono diavolerie o stravolgimenti alle canzoni: così come erano, sono. Una scaletta che dunque si scatena e prende corpo su A Night Like This, emoziona con Lovesong o CharlotteSometimes, s’infiamma, ormai nei bis, con la corvina Burn e l’elegia della nostra gioventù, A Forest . E chiude in grande stile con il trittico aureo Boys Don’t Cry-Close to Me- Why Can’t I Be You.

Il tutto, impeccabile, a livello sonoro. E pure sul piano estetico, con visual semplici ed efficaci che non sovrastano ( o peggio, come accade in altri megashow, non si sostituiscono) alla musica. Un concerto che, per chi può, va visto sottopalco, nelle prime file. Ti sembra di salirci infatti, su quel palco, mentre Robert dipinge le sue traiettorie fantasiose. E non si avverte nessuna distanza, mentre il nostro fumetto procede instancabile. E, dunque, piacevolmente, immutabile. Già, qualche anno fa ci disse: «Credo sia il nostro ultimo tour», mentendo e sapendo di mentire. Perché i fumetti non vanno mai in pensione.

The Cure sono in Italia per un tour… da lacrime

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I Cure sono in Italia! Robert Smith e soci hanno suonato sabato 29 ottobre a Bologna mentre ieri sera erano di scena a Roma, dove sono andati avanti per tre ore. Chiuderanno il tour italiano con due date a Milano, martedì 1 novembre e mercoledì 2. Gli eventi sono organizzati da Barleyarts Promotion.

Ragionare su un concerto dei Cure nel 2016, potrebbe risultare vagamente anacronistico; eppure, considerando i sold out fin qui ottenuti con il tour mondiale in corso, vien da pensare che quando Manuel Agnelli cantava “non si esce vivi dagli anni 80” aveva proprio ragione! Quindi diffidate dai soliti darkettoni pronti a mostrare orgogliosi «la propria memoria», i Cure suonano oggi come allora e considerando le scalette proposte a Bologna e Roma, non c’è da dubitare! Parliamo di playlist da lacrime interamente concentrate sui lavori migliori della band inglese, apparsa sui palco in grande forma.

Ricapitolando, Robert Smith dopo aver tentato (invano) di produrre dischi all’altezza del proprio aureo passato, pare, dunque, concentrato sulle esibizioni live orientate all’interno di una produzione discografica che non lascia scampo. A parere di chi scrive, è questa una cosa saggia che dovrebbe essere presa ad esempio da altri gruppi anni 80 ancora in orbita. Della serie: “Se proprio non riuscite a fare come Michael Stipe con i suoi Rem, provate a mostrare il meglio di voi senza aver la presunzione di pensare che ciò debba essere ancora concepito”, i gioielli – se tali – risplendono per sempre.

Anche perché diciamolo chiaro, ciò che ci si aspetta da formazioni così longeve, non sono certamente le produzioni tardive, quelle sono appannaggio di giovani neofiti ai quali si chiede costantemente di compiere uno sforzo, non soltanto nel cotonarsi i capelli ma soprattutto per studiare sistematicamente e filologicamente certa musica.

 Ma che tipo di fauna attrae, al giorno d’oggi, un live di Robert Smith? Immaginare un folto pubblico di ultra quarantenni non è un azzardo, sebbene anche le nuove generazioni, soprattutto quelle connesse alla nicchia musicale, siano estremamente partecipative e non esclusivamente costituite da “poser scellerati”; in ambito esistono giovani appassionati e sinceri, in grado di declamare senza affanno alcuno la solennità di certi versi.

Il rovescio della medaglia è certamente costituito dalla figura del darkettone vecchio stampo; viaggia intorno ai cinquanta e siccome gli anni 80 li ha vissuti da protagonista, ritiene di poter declamare gli stessi versi come nessun altro. Ha forse ragione? Di certo sappiamo che l’allure che lo circonda è indiscutibilmente parte di un tradizionale folklore dal quale non è possibile sottrarsi, come fosse un meraviglioso gioco delle parti. Anche in tal caso, esiste in contrapposizione, un esercito di appassionati che lascia ben sperare sulle sorti di un genere musicale il cui denominatore comune – capace di mettere tutti d’accordo – resta inequivocabilmente la passione.

Il solito dj qualunque, in rigoroso total black, tornerà per l’ennesima volta a vedere i Cure dal vivo mercoledì a Milano, declamando a sproposito la propria memoria insieme agli amici di sempre, come fosse un meraviglioso gioco delle parti.

9 canzoni 9… dei Cure

Lato A

A Forest

A Strange Day

Shake Dog Shake

Charlotte Sometimes

 

Lato B

M

One Hundred Years

Fascination Street

Killing an Arab

Primary

© Marco Pipitone & Il Fatto Quotidiano

The Cure in concerto a Roma: quando il dark diventa un grande “Lullaby”

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Di anni ormai ne ha 57, ma la voce è sempre quella. Robert Smith ti rapisce per quasi tre ore di concerto. Ieri sera al Palalottomatica di Roma: oltre 30 ‘ninna nanne’ dei suoi ‘The Cure’, capolavoro riuscito di dark wave e post punk che ha dettato legge dalla seconda metà degli anni ’70 fino ai ’90. Tenero, gentile col pubblico e anche scherzoso, quel tanto che basta per confermare che con lui il dark assume sempre il volto di un peluche da coccolare.

Robert Smith scalda. Con lui il gotico diventa sempre rifugio per chi oltre ai Cure ama – o amava – perdersi negli incubi dei Joy Division o imbottirsi delle acidità di Siouxie and the Banshees. Mettici anche il tempo che è passato e il ricordo che si fa nostalgia: è un attimo e un concerto del leader dei Cure nel 2016 diventa un abbraccio confortante. Chi l’avrebbe mai detto?

Tutti i fans che ieri hanno riempito il Palalottomatica, certo. Esordio con ‘Shake dog shake’, subito dopo la splendida ‘Fascination Street’ e ‘A night like this’, pezzi noti da ‘Pictures of you’ a ‘Lullaby’ fino a ‘Boys don’t cry’ e ‘Close to me’ che vengono riservate per i bis finali: ben tre.

Ci sono i pannelli a far da scenografia: talvolta servono per portare in primo piano il faccione pallido con rossetto e kajal di Robert. Altre volte proiettano immagini di proteste e oppressione, migranti in mare e Mohammed Alì sul ring, guerre e fungo atomico. Oppure l’ombra di una ragazza che danza in kimono, a dire del fascino per l’oriente che ha rapito tanti 30-40 anni fa, da Smith a David Bowie, David Sylvian. Poi alla fine del primo bis quegli stessi pannelli ti prendono per mano e ti portano tra gli alberi, nella notte: ‘into the trees’ di ‘A forest’, uno dei brani più riusciti del concerto.

Robert Smith piace. Perché è uno di quelli che non si preoccupano di finire come Sean Penn del film ‘This must be the place’, ex rockstar in pensione, triste prigioniero del cerone e della cipria a 60 anni. Il leader dei Cure pure non molla gli strumenti del mestiere, è l’unico del gruppo a non aver abbandonato la band: non si preoccupa di risultare fuori sincrono, almeno fino a quando continuerà a riempire i palasport. Il tour del 2016 è lunghissimo, attraversa tutta l’Europa (Germania, Belgio, Olanda, Spagna, Francia…) per finire in madrepatria, la Gran Bretagna. Oltre 30 pezzi di un genere musicale, post-punk e dark, molto frequentato negli anni ‘70-80, ma che i Cure sono riusciti a personalizzare e anche a commercializzare di più, giocando con le note della tristezza. Con loro sono diventate tanti, brillanti, esempi di ‘Lullaby’.

© HuffingtonPost Italia

The Cure, l’incredibile show della vita e della morte

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Il dark e il pop, il nero e tutti i colori, messi in scena dalla band nel tour italiano e interpretati da quella immortale maschera horror e clownesca che porta il nome di Robert Smith

Il nero dei capelli. Il nero della matita intorno agli occhi piena di sbavature. Il nero degli abiti. E poi sempre più dentro, fino al nero che è l’unico colore che si riesce a vedere nei momenti bui.

“See into the dark, just follow your eyes”… Ancora: “The sound is deep, in the dark, I hear her voice”. Parole di A forest, che con quel basso insistente, alla vigilia di Halloween, all’interno del Palalottomatica di Roma, rimbombano. Fin troppo, colpa della pessima acustica del palazzetto.

Ma i Cure vanno avanti, ad immergersi nel buio, a scavarlo per scoprire che dentro ci sono un sacco di persone che vedono nero. “But the fear takes hold, creeping up the stairs in the dark, waiting for the death blow”. E ancora “Under a black flag, a hundred years of blood”. Così canta Robert Smith in One hundred years, brano antimilitarista accompagnato da immagini in bianco e nero (c’è anche Mussolini), uno dei momenti più bui, che apriva quell’occhiata nel terrore che era Pornography, del 1982, composto al culmine della depressione di Smith. All’interno del palazzetto vecchi darkettoni e giovani adepti del culto ascoltano in silenzio.

E invece no. Il concerto non è solo questo. Non è il tour della trilogia dark, non è una black celebration. “Troppo pop”, è il commento di chi sperava in un tuffo in Faith e dintorni. “Pop” è solo uno dei tanti colori che da quel nero man mano emergono. “Pop” alla maniera unica di Robert Smith. Che attacca alle 20:30, inaugurando le 2 ore e 40 minuti di live con Shake dog shake. Un modo tutto suo di dimostrare solidarietà con l’Italia scossa dal terremoto? No, spesso in questo tour partito il 10 maggio da New Orleans iniziano così. E subito dallo scarno palco nero iniziano a colorarsi i laser, le proiezioni, i filmati. Inizia così un viaggio attraverso l’arcobaleno pop e rock di 40 anni di musica vissuta davvero senza compromessi. Che colore era quello delle schitarrate allegre di In between days? E la wave era già new quando nel 1980 pubblicavano Play for today, a suo modo perfetta anche per gli stadi? Il nero diventa fumettistico e si tinge di rosso e ragnatele per Lullaby, che rientra nella categoria “singoli strani” che i Cure hanno sempre tirato fuori anche quando sembrava che il nero fosse l’unico colore possibile. Il post punk era già un ricordo quando con Let’s go to bed (ma al palazzetto si sente malissimo) sembravano i Depeche Mode di Some great reward? Colori, generi ed emozioni sempre diverse. I Cure sono anche quelli funk di Hot hot hot!!! Addirittura quelli cabarettistici di Lovecats. E quelli che a cavallo degli anni Novanta declinarono a modo loro anche le sonorità Madchester: a Roma dopo Never enough arriva anche Wrong number in un arrangiamento che sembrano gli Stone Roses. I Cure – in formazione con Smith e Simon Gallup è tornato anche il tastierista Roger O’Donnell a rimpolpare il sound – sono anche quelli di Lovesong, di cui Adele ha realizzato una cover nel suo album super best seller che ancora rimpingua le casse di Robert Smith.

Troppo pop? Ditelo a quella meraviglia di The edge of the deep green sea, cavalcata monumentale risalente alle seconda, terza vita dei Cure, che nonostante sia interpretata da Smith evitando accuratamente le note più alte (le primavere sono comunque 57 per l’artista) rimane uno splendido racconto breve (prima o poi magari qualcuno azzarderà candidarlo al Nobel). La stessa cosa per ora non si può dire dei due inediti che propongono in tour, il primo materiale inedito in quasi dieci anni: Step into the light e It can never be the same ricalcano i percorsi già ampiamente battuti. Ma c’è Just like heaven. C’è Pictures of you. Anche Friday I’m in love: altro che nero, pochi sono in grado di scrivere canzoni così euforiche.

Il merito è delle canzoni, del nero e del pop, dell’immaginario creato dai Cure. Ma anche e soprattutto di una geniale intuizione narrativa, un po’ cinematografica e un po’ letteraria. La creazione di una maschera immortale che rende tutto questo plausibile, la tristezza e l’euforia, la depressione e la voglia di condivisione. Si chiama Robert Smith ma ha un aspetto poco umano, quasi indefinibile. È un clown nero ma anche una rockstar post esaurimento nervoso. I capelli arruffati tenuti miracolosamente con la lacca. Gli occhi bistrati di nero che si spalancano fino a impaurire e poi si socchiudono indifesi. E poi c’è quella camminata a spalle strette che diventa poetico balletto da mimo impazzito. Non invecchierà mai questa maschera. Horror, circense, Tim Burton, Sorrentino. Invecchierà il suo interprete ma la maschera no. Ancora una volta abbandonerà l’amata chitarra con cui si protegge per guadagnarsi la scena durante Close to me e un po’ più svociata ma ancora più tragica interpreterà “l’incredibile spettacolo della vita e della morte”. Questa è la cura di Robert Smith per la vita.

La scaletta del concerto

Shake Dog Shake
Fascination Street
A Night Like This
The Walk
Push
In Between Days
Play for Today
Step Into the Light
Pictures of You
Lullaby
Kyoto Song
High
Charlotte Sometimes
Lovesong
Just Like Heaven
From the Edge of the Deep Green Sea
One Hundred Years
Give Me It

It Can Never Be the Same
Burn
A Forest

Want
Never Enough
Wrong Number

The Lovecats
Hot Hot Hot!!!
Let’s Go to Bed
Friday I’m in Love
Boys Don’t Cry
Close to Me
Why Can’t I Be You?

© Gianni Santoro

The Cure a Bologna, tre ore di dark show

Trentadue anni dopo, Robert Smith è tornato in città. In scaletta tutti i principali successi

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Immaginate di aver passate l’infanzia ad ascoltare vostro padre cantarvi ninnananne che raccontano cose rassicuranti come “Dormi ora o non ti sveglierai mai più”. Certo, crescerete con un immaginario dark e un certo fascino per il buio e le tinte scure, ma magari da grandi ci scriverete pure su una canzone, che può addirittura finire per diventare un classico che interi palasport cantano e accolgono con un boato, tipo “Lullaby”, appunto.

A 32 anni dall’ultima volta, riecco finalmente The Cure a Bologna, e per farsi perdonare dalla lunga assenza propongono ai 16mila dell’Unipol Arena uno show vicino alle tre ore e una scaletta quasi didascalica di quella che è la storia della più importante band della scena dark wave e post punk inglese tuttora in attività. Nei prossimi giorni, poi, il, gruppo britannico sarà anche a Roma e due volte a Milano.

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Dei Cure originali resta solo il frontman Robert Smith, e anche se il tempo passa per tutti è come te lo immagini, come lo hai visto mille volte in foto, con il trucco bianco, il pallore, quei cappelli scomposti alla Edward mani di forbice. La voce, pure, è quella che ricordi e riconosceresti tra mille, e ha retto bene allo scorrere degli anni, pagando magari qualcosa nella coda dello show, ma dopo oltre trenta canzoni è comprensibile. C’è un po’ di tutto, tranne l’ostico “Pornography”, nella setlist di questo tour, pur in continuo aggiornamento data dopo data. Un inizio col piede sull’acceleratore, con “Plainsong” in apertura seguita a breve da “Closedown” e “Push”, poi dopo oltre un’ora e mezzo la prima pausa, che prelude a tre blocchi di bis che di fatto danno inizio a un altro concerto, a partire da un quartetto di canzoni tratte da “Seventeen seconds”, il secondo disco datato 1980. E pare che Smith abbia finalmente fatto pace anche con quelle super hit del loro repertorio di cui s’era disinnamorato proprio a causa dell’eccessiva popolarità che avevano guadagnato, vedi “Friday I’m in love”, arrivata in un finale che riserva i momenti più pop della serata subito prima dell’altro brano cult “Boys don’t cry”.

È forse l’autunno della malinconia rock, delle grandi band storiche che non s’arrendono al tempo che passa, mettono indietro le lancette e rivendicano ancora un ruolo primario nello scenario musicale odierno. Giusto un mese fa abbiamo visto in questo stesso palasport gli Who, sulla strada sono tornati Rolling Stones, Roger Waters, Bob Dylan e tanti altri. Tra cui i Cure, che di essere alla moda non si preoccupano affatto, fieramente fuori dai tempi col loro abbigliamento e con i toni cupi, a volte decisamente oscuri, della loro dark wave decadente. Per poi scoprire che quando parla Smith è capace addirittura di fare battute. Della serie, anche i principi del buio sanno ridere.

© Luca Bortolotti & La Repubblica

The Cure, dieci brani (più uno) per prepararsi al ritorno in Italia

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I The Cure stanno per tornare in Italia per quattro concerti (Bologna, doppia data a Milano e Roma) e come sempre il loro passaggio scuote gli animi più inquieti. Per prepararmi al meglio al ritorno di Robert Smith e soci ho pensato di passare un weekend a ripercorrere l’intera discografia. Per due giorni ne sono stato totalmente risucchiato, rendendomi conto di quanto sia maledettamente impegnativo passare in rassegna tutte le loro fasi. Sono passato dal sentirmi annegare in una pozza di sangue nero a sentirmi innamorato pure del mio cuscino. Mi sono frammentato e ricomposto così tante volte da aver perso la cognizione del tempo, ma alla fine sono riuscito ad estrapolare una mia personale top 10 (+ bonus track).

Boys Don’t Cry

Il pezzo più celebre del disco d’esordio dei The Cure in realtà ha visto la luce solo nella ristampa per il mercato americano. Il titolo del disco viene addirittura cambiato e il brano in questione, oltre a diventarne quello di maggior successo, ne è anche la title-track: “Three Imaginary Boys” approda negli States proprio con il titolo “Boys Don’t Cry”. Il pezzo è irresistibilmente romantico, con un testo dalla sincerità commovente. Se confrontato con il resto del lotto, o con il materiale che va a comporre la successiva trilogia discografica, è un’anomalia. Uno dei brani più ballabili mai scritti dalla band inglese, un’efficace vena punk lontana dai claustrofobici pattern sui quali è stata costruita la carriera di questa pietra miliare.

A Forest

Tratto dal secondo amatissimo album in studio – “Seventeen Seconds” – “A Forest” più che un brano è una definizione. Nei suoi quasi sei minuti di durata racchiude allo stesso tempo l’incipit e la perfetta summa di quello che è stato il lavoro dei Cure nell’ambito dark-pop. Pop perché si tratta di un brano semplice, dai suoni tanto puliti da essere in grado di edificare nella testa di qualunque tipo di ascoltatore. Eppure dannatamente selettivo perché intriso di oscurità e disperazione, come solo un granitico manifesto dark potrebbe essere. Il basso di Simon Gallup (qui impegnato anche con le tastiere) è uno dei più seminali degli anni Ottanta e accompagna la voce e la chitarra di Robert Smith attraverso una foresta avvolta dalla nebbia. Una nebbia che sembra infittirsi nota dopo nota.

The Drowning Man

Tra tutti i brani contenuti in “Faith”, forse il disco più decadente della discografia dei The Cure, “The Drowning Man” è quello più funzionale. Mentre la ritmica iniziale sembra invitare innocentemente, l’incedere dei riverberi trascina l’ascoltatore in una spirale di angoscia. In qualche modo è come se i The Cure fossero riusciti ad inserire nella traccia una forza centrifuga in grado di farci girare senza sosta, senza permetterci di uscirne. Così come per la foresta di “Seventeen Seconds”, anche in questo caso la metafora scelta è talmente vicina alla reale percezione da sfiorare il miracolo. Impossibile non sentirsi come un uomo sul punto di affogare, in un totale annichilimento dei sensi.

The Hanging Garden

“Pornography” è il terzo capitolo di una trilogia che arriva a definire i The Cure – soprattutto per chi ancora oggi si rifiuta di accettare la fine del loro periodo dark – e l’intero decennio Eighties. Ma è anche il lavoro che quasi uccide la formazione britannica, spingendo il suo principale autore verso una voragine di depressione e portandolo ad una rottura apparentemente irreparabile con Simon Gallup. “The Hanging Garden” si colloca all’interno di questo distruttivo lavoro come uno sfogo ossessivo-compulsivo, il momento più allucinato dell’album, nonché il più ispirato.

In Between Days

Dopo la virata di “The Top”, disco che sancisce la fine del buio e l’arrivo inaspettato di luce e colori, Robert Smith lotta contro la sua grave dipendenza dalle droghe ed esce da uno strano periodo di transizione in cui lavora praticamente come un artista solista, per entrare in uno dei periodi più prolifici per i The Cure. Torna Gallup, la band è di nuovo una band e viene pubblicato “The Head On The Door”, disco che rappresenta magnificamente l’inaspettata rinascita e contiene alcuni tra i pezzi più belli e radiofonici del repertorio. Ne è un esempio “In Between Days”, brano catalizzatore di tutti gli spunti positivi nati dalla risalita dall’oblio.

Push

Con “Push” i Cure dimostrano di non essere più solo una band adatta a determinati profili e non lo fanno ricorrendo solo al pop o a dinamiche più solari e positive. Si lanciano anche nel rock, quello di respiro ampio, quello epico che affascina. Ma non si tratta di un’incursione, è più una convergenza. Perché di fatto, pur avendo sempre sguazzato nella new wave e nel post-punk, hanno sempre sfiorato il rock, per lo più quello gothic, dando l’idea di poterlo afferrare in qualunque momento. L’arena-rock di “Push” in tal senso è come un sasso che precipita su uno specchio d’acqua, la fonte da cui si propagano le onde concentriche che arrivano a toccare tutti i dischi pubblicati dal 1979 al 2008.

Just Like Heaven

Dopo aver capito cosa avrebbe potuto renderli ancora più imponenti e totalmente consapevoli del loro potenziale rock, i Cure pubblicano “Kiss Me Kiss Me Kiss Me”, un lavoro catchy che pur lasciando intravedere un ritorno alle tinte dark, punta tutto su una grande produzione e su alcuni brani dal tiro invidiabile. Gli stadi sono pieni, le apparizioni televisive non si contano neanche più e a trainare il successo del disco c’è il loro singolo definitivo, ovvero quello che non sfigura in una compilation di evergreen del rock ma che mette a proprio agio qualunque ascoltatore occasionale: “Just Like Heaven”.

Pictures Of You

“Disintegration” (1989) è l’album più eclettico dei The Cure. Ogni pezzo potrebbe reggere il confronto con intere discografie. I singoli sono perle e quelli che non sono singoli sono comunque così belli che dovrebbero essere title-track di dischi a se stanti, con abbastanza spazio per poter espandere gli innumerevoli spunti. Eppure tutti insieme compongono un organico perfetto, maestoso, l’unico in grado di far vivere anacronisticamente i Cure della darkwave, con tutte le loro angosce, senza perdere il focus su un sound moderno, maturo e altamente vendibile. Tra i singoli si erge “Pictures Of You”, un pezzo in cui l’ossessione è descritta e presentata come qualcosa di dolce. Un colpo da maestro.

Fascination Street

Tra tutte le piccole opere d’arte contenute in “Disintegration”, ce n’è una che sembra vivere di vita propria. Come accade per quasi tutto il platter, le tastiere vogliono essere protagoniste, qui fautrici di una melodia ipnotica, ma il basso di Gallup si insinua tra i tessuti e crea scompiglio. La voce di Robert Smith è più comunicativa che mai e racconta una storia proibita, nell’episodio più seduttivo della sua carriera. Uno degli esempi più chiarificatori di cosa voglia dire indossare una maschera di trucco per non mostrarsi indifesi agli occhi del mondo, e allo stesso tempo rendere quella maschera un’icona universale.

A Letter To Elise

Alle persone piace da morire poter dire “ah, quello è l’ultimo vero album che hanno fatto” parlando di una band che hanno amato. Ai fan dei Cure, il più delle volte, piace identificare quell’album con “Wish”, del 1992. Oltre all’inflazionata hit “Friday I’m Love” (geniale nel suo diventare attuale una volta a settimana), il fiore all’occhiello di questo colpo di coda di una carriera clamorosa è “A Letter To Elise”. Il testo è uno spietato trattato sull’amore, una missiva in grado di frantumare qualunque cuore.

BONUS TRACK: Burn

Poche band nella storia hanno incarnato il concetto di “cult” come i The Cure. E cosa accade quando un gruppo cult scrive un brano per la colonna sonora di un film cult, tratto da un fumetto cult? Lo si scopre ascoltando la colonna sonora de Il Corvo. “Burn” è il brano che Robert Smith ha composto per l’indimenticabile film diretto da Alex Proyas, e tratto dall’omonimo fumetto di James O’Barr. Eric Draven, il personaggio interpretato da Brandon Lee, è una delle icone più potenti della cultura dark e nessuno meglio dei Cure avrebbe potuto musicarne le gesta. “Burn” non solo è uno dei pezzi più belli accreditati alla band britannica, è anche la punta di diamante di una delle migliori colonne sonore del cinema anni Novanta.

Crónica de The Cure: Noche de largo aliento

La semana pasada, la legendaria banda inglesa The Cure comenzó la etapa europea de su gira mundial, llamada sencillamente “Tour 2016”. Estocolmo fue la 3ª parada en este recorrido, para la cual fueron acompañados por los escoceses The Twilight Sad.

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Había grandes expectativas sobre el concierto. Muchos fans habían viajado desde Helsinki, la anterior fecha – donde la banda no había tocado desde hacía 20 años- esperando cambios significativos en el setlist. Y es que lo que impresiona es el interés genuino de la banda en el repaso de su propia historia: The Cure ha ensayado noventa canciones para poder variar tanto como sea posible en ésta gira. Lo que nos hace pensar en otras bandas de estadio, que ya podrían hacer lo mismo en vez de tocar prácticamente las mismas canciones noche tras noche. The Cure ofreció un puñado de rarezas, algunas que no habían sido tocadas en directo en unas tres décadas y otras inéditas en vivo.

Se apagaron las luces y unas campanas sonaron en la oscuridad. Una especie de apertura flotante e hipnótica dio inicio a “Plainsong” e inmediatamente a “Pictures of You”, seguida de “Close Down”; un tríptico idéntico al que aparece en el disco ‘Disintegration’ que obedece a una atmósfera que encaja perfectamente con la helada lluvia de otoño que se asentó sobre Estocolmo esa noche. La apertura provocó grandes sensaciones, reflejadas en los rostros de los asistentes. A pesar de que ser un inicio relativamente tranquilo, pronto se pasaron al rock psicodélico con gemas como “The Baby Screams” y “Push”, provocando la reacción del público.

La acústica del Globen es de las más impresionantes que he experimentado en la vida. De hecho, el sonido era tan claro como el cristal, como estar escuchando un álbum en el salón. A Robert Smith se le veía igual que en los 80, vibrante y simpático. Sabiendo que el concierto va a durar mucho tiempo, el estado de ánimo en un principio es un poco perezoso y, aunque los suecos no son famosos precisamente por su efusividad, bailotean en sus asientos. Los aficionados de más de cuarenta añitos se toman todo muy tranquilamente. ¿Es más fácil hacer frente a los treinta y pico éxitos gigantes que se esperan si se lo toma uno con calma? Mientras busco la respuesta, pienso en como “In Between Days” y “Just Like Heaven” se deslizan más allá del tiempo.

Con casi cuarenta años de carrera, es obviamente difícil elegir qué canciones tocar, pero The Cure escapa del espectáculo y entran en la dimensión del contenido con “Sinking”, una interpretación tan intensa que provocó desmayos en las primeras filas.

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En “A Night Like This” la imagen del grupo se proyectaba escala en las cinco pantallas y se perdía en el infinito. Robert Smith emitía a menudo un cuasi aullido, que le hace parecerse a un gato satisfecho. Su pelo enredado se ha tornado gris, pero esa voz que le sale de los labios rojos pintados descuidadamente provoca tantas cosquillas como siempre.

El grupo es atravesado por haces de luz, decenas de ellos, e inicia “All I Want”, una forma de canción-lamento con corte directo a “The Walk”: es como estar en una montaña rusa, en un viaje esquizofrénico por diferentes emociones y estados de ánimo. Desde canciones – en apariencia- ingenuas, a la paranoia, el delirio y la sensación del fin del mundo.

En “The End of the World”, un garabato salido del arte del álbum The Cure baila en las pantallas al ritmo de la canción. Al finalizar, las luces se quedan bajitas primero en tonos azules y luego púrpuras, mientas se escuchan las primeras notas de “Love Song” que musicalmente suena algo menos deprimente y directa. En las sombras, Robert Smith coge la guitarra acústica para dar inicio a un set electroacústico, que inicia con “Friday I’m In Love” y la gente enloquece. En las pantallas se proyectan corazones con la estética del álbum ‘Wish’. Al terminar, sigue “Doing The Unstuck”, dejándonos un tono agridulce.

Es sorprende lo bien que conserva la voz Robert Smith, quien se muestra de buen ánimo, bailotea y conversa entre algunas de las canciones. Al terminar “Boys Don’t Cry”, comenta, al tiempo que coge su guitarra acústica: “Sé lo que estáis pensando: ¿Ahora qué van a tocar? A partir de aquí, ya sólo pueden ir cuesta abajo.” Sin embargo, tocaba el turno de otra joya: “Jupiter Crash”, una delicia musical, a la que le sigue “From the Edge of the Deep Green Sea”; la yuxtaposición entre ambas resulta simplemente fenomenal. Las guitarras Reeves Gabrels acompañan a Smith llorosas. Riffs inolvidables, angustiantes. Al fondo, en las pantallas, una imagen del mar durante una tormenta eléctrica, mientras la banda está inmersa en una luz azul. Robert deja la guitarra acústica para conducir a otra parte más eléctrica con “The Hungry Ghost”, seguida por una fantástica interpretación de “Disintegration”.

Primer Encore. Yngwie Malmsteen expresó una vez su total incomprensión ante el dicho “Menos es más”: “¿Cómo puede ser más, menos? Es imposible: Más es más…”. Robert Smith probablemente estaría de acuerdo.

Cuando The Cure dio un concierto en el Royal Albert Hall, años atrás, The Guardian escribió que deberían haber reducido el concierto a noventa minutos. La banda rechazó las críticas: “Cuando vemos un artista que somos aficionados, no queremos que el concierto termine. Eso es lo que significa ser un fan, ¿verdad?”

A su regreso al escenario, vendría otra rareza: “It Can Never Be The Same”, pieza profundamente sombría en la que Robert Smith suena bastante atormentado; uno de los estrenos predilectos de esta vuelta al mundo. Ya sumergidos en esta atmósfera angustiante vendría “One More Time”. Al finalizar, Robert coge una flauta que cuelga de su micrófono y las primeras notas de “Burn” se asoman. Desesperación llevada al extremo con el beat de Jason Cooper, que transformó la pieza en directo, contrastando unas percusiones casi festivas con la línea de bajo oscura y siniestra.

Las lucen quedan muy bajas y algunos haces verdes comienzan a filtrarse. Con los primeros acordes de “A Forest”, la gente bailó emocionada. El bosque delirante de sus pesadillas se proyectaba en el fondo dando vueltas. Hacia el final, cada acorde en el bajo es acompañado por casi diez mil palmas.

Segundo Encore. Los conciertos de The Cure no siempre ha sido tan largos. A finales de los años 80, se contentaron a menudo con veinticinco canciones. Pero después de que ‘Wild Mood Swings’ marcase el fin de su apogeo comercial en 1996, las listas de pistas comenzaron a expandirse. Tal vez sea una manera con la que Robert Smith mantiene la confianza en sí mismo, o tal vez sea sólo el gusto de tocar lo que le da la gana.

La banda sale del escenario unos minutos y, al regresar, Robert se frota el pecho y agradece tímidamente: “Tack!”. Entonces abordan la sombría “Shake Dog Shake” para conducir a otra pieza siniestra favorita: “Fascination Street”, repleta de riffs inolvidables y luces que formaban partículas de colores brillantes flotando en las pantallas del fondo, acentuando la atmósfera psicodélica y extraña. Inmediatamente inician “Never Enough”, en apariencia marcando un fuerte contraste; sin embargo, la audiencia participa y canta, al igual que con “Wrong Number”.

La banda sale nuevamente del escenario pero regresan pronto; quizá son conscientes de que es domingo y probablemente algunos de los asistentes trabajen al día siguiente. No sé porqué, pero este pensamiento me hizo recordar el momento en 2013 en el que el icono goth celebró su cumpleaños con un maratónico concierto de cincuenta canciones en la Ciudad de México, sacudido por un terremoto de 5,9 grados Richter.

Todavía quedaba un tercer encore. Y una especie de temblor es lo que provocan al regresar con los primeros acordes de “Lullaby”, reviviendo al públicio. En las pantallas se proyecta una araña en una telaraña gigante, moviéndose lenta e hipnóticamente. Al terminar, más sorpresas, y es que tocaron “The Perfect Girl”, una rareza que apenas han interpretado en vivo desde 1987. “Hot Hot Hot!!!” puso a cantar a los suecos de nuevo. Ya en la onda agridulce, continuaron con “The Caterpillar”, para seguir con “Close to Me”.

La banda agradeció con un bailable “Why Can’t I Be You?”, entregados al público. La banda enfrentó treinta y cinco canciones y ha estado de pie en el escenario durante más de tres horas. Robert será pálido y anémico, pero rockear sin parar no parece ser un problema. La banda tocó con sereno entusiasmo y fuego. De hecho, Simon Gallup bailó como un loco poseído por todo el escenario durante todo el concierto.

¿Será esta la última vez que veamos a una de las bandas favoritas de la historia? Si es así, sería un final muy digno. Pero la música persistirá durante generaciones.

Póster de la gira de The Cure en España (2016), pasando por Madrid, Bilbao y Barcelona en Noviembre

© Rebeca Martell

Robert Smith and band provide extraordinary trip down memory lane

In the mid ’80s there was a great little club halfway up Bridge Road in Richmond called Thrash and Treasure.

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It had a skinny, darkened doorway and inside was dimly lit, except for a small dance floor that shone with swaying, jumping teenagers; all soaking up the coolest music from England, the US and even some local tunes that got people off their chairs.

A snippet from this newspaper in 1987 advertises the joint as open “Wed, Sat until 3am. Alternative dance – old favourites, new cults.” Perfect.

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This vibrant, exciting little club wasn’t the first place I heard the Cure, but it was the first place I learned just how much songs like In Between Days, A Forest and The Caterpillar meant to me, particularly with the volume turned way up.

Seeing the Cure on Thursday night at a sold-out Rod Laver Arena brought the sights, smells and the sounds of that club – all those fantastic songs that helped shape my teenage years – flooding back. A mostly over-40s crowd looked like they knew the feeling. There was a lot of love in the room.

Founding member Robert Smith, flanked by bass player and second-longest serving member Simon Gallup, have created a musical bond over 35 years that’s more than stood the test of time. Joined by David Bowie’s former Tin Machine guitarist Reeves Gabrels, keyboardist Roger O’Donnell and drummer Jason Cooper, the Cure in 2016 play a staggering three-hour show crammed with genuine hits and, for many, fond memories.

Early in the show Pictures of You, from 1989’s Disintegration album, and Smith had already taken the main focus; his distinctive ghostly white face, red lips and shock of wild black hair as quintessentially the Cure as any fan could hope to see.

Lesser known tracks Closedown and A Night Like This soon followed before the seminal electronic mix of The Walk blasted off the stage, coloured lights bathing the crowd as Smith and thousands of smiling fans sang: “We walked around the lake, And woke up in the rain.” Forty years after he formed the Cure, Smith’s voice showed no signs of faltering this night. Did I mention the band played for three hours? Incredible.

Inbetween Days (from 1985’s The Head on the Door album) brought a huge, joyous roar that was equalled only – in the first hour anyway – by the perfect pop of Friday I’m In Love.

Midway through the show Lovesong and Just Like Heaven lifted the euphoric feeling around the stadium another notch. People danced, sang, remembered when they’d first heard this line or that line, that drum beat or keyboard sound. Did I mention there was a lot of love in the room?

Four encores that lasted as long as the first hour and a half of the show included A Forest, Lullaby, Let’s Go To Bed, Close To MeThe Lovecats, Why Can’t I Be You? and Boys Don’t Cry.

The Cure don’t need to play such long shows, they do it because fans enjoy the whole experience.

And if the start of this extraordinary night felt like a trip down memory lane, the second half was more like the party you want to be at today.

© Martin Boulton & The Sydney Morning Herald