25 25 after 89: DISINTEGRATION – THE CURE

Prima o poi me lo prendo il cofanetto con tutti i DVD dei film di Sorrentino. Ho visto solo Le conseguenze dell’amore e mi era piaciuto tantissimo. Poi me li sono persi tutti, compreso This must be the place. La storia della rockstar che affronta l’invecchiamento facendo i conti con il passato dovrebbe avere molto in comune con il ritorno al 1989 di questa serie. Il volto di Sean Penn non mi sembra per niente adatto al look esplicitamente ispirato a Robert Smith; ma è evidente che, con quella specie di maschera grottesca, l’effetto che si voleva ottenere era simile a quello che tutti pensiamo quando vediamo il leader dei Cure travestito come 30 anni e 40 chili fa. Perché lo fa? Non aveva altri modi per invecchiare con grazia?

La risposta, come sempre, sta dentro i dischi. Non frequentavo i Cure da tantissimi anni e riascoltare Disintegration mi ha posto di fronte all’autorevolezza di un capolavoro indiscutibile, il punto d’arrivo insuperabile di una grande carriera. A me continua a piacere di più Kiss me kiss me kiss me, e se dovessi salvare uno ed un solo disco dei Cure probabilmente punterei su Staring at the sea (lo so, è una raccolta e non si dovrebbe; ma è una sequenza di singoli così perfetta..). Però Disintegration ha le qualità oggettive del capolavoro: bellezza delle canzoni, perfezione formale, unitarietà espressiva, consenso generale. Lo so che, in realtà, non esiste niente di oggettivo, e nel rock in particolare (dove tutti possono sostenere tutto e il contrario di tutto). Questo album, comunque, fa parte di quel canone che col passare degli anni si va sempre più consolidando, facendo assomigliare il rock ad una nuova forma di musica classica con opere di riferimento e protagonisti con le effigi immortalate un po’ dovunque.

Certo che poteva, Robert Smith: tagliarsi i capelli, smetterla col cerone e l’eyeliner, mettersi gli occhiali ed indossare abiti più sobri, più adatti al suo corpo ingrassato ed invecchiato. Ma è stato giusto così ed il motivo principale è proprio Disintegration. E’ lì che i Cure si sono cristallizzati in una forma perfetta, in grado di unire le generazioni, da chi li aveva amati fin dai primi album a chi li scopre oggi con Spotify. Ed è sempre da lì che la loro audience si è moltiplicata e i loro show si sono allungati, fino a superare le 3 ore. I Cure sono tra i pochissimi (come Springsteen e i Pearl Jam) ad essere tanto generosi con il proprio pubblico, cambiando ogni volta scaletta e dando vita alla migliore rappresentazione possibile della propria essenza. Forse faranno ancora nuovi dischi, ma i Cure continueranno ad essere sé stessi, ed anche la maschera di Robert Smith continuerà a caratterizzare quell’essenza.

La differenza rispetto a Morrissey, l’altro eterno adolescente con le radici piantate negli anni ’80, è evidente. Morrissey ha da sempre rinunciato a qualsiasi maschera, mettendoci la faccia ed invecchiando di fronte al pubblico, esponendosi a tutti gli alti e bassi che l’ispirazione, le mode e l’attenzione dei media gli hanno riservato. Robert Smith è sempre rimasto rintanato dietro la sua maschera, accettando di apparire sempre più fuori posto in quegli abiti, ma consegnando in questo modo i Cure al riparo dalle intemperie dell’evoluzione dei tempi. Due modi diametralmente opposti di preservare un’identità segnata dalla purezza e dalla vulnerabilità dell’età adolescenziale. Un concept artistico che probabilmente si realizza così pienamente per la prima volta nella storia e verso il quale, per appartenenza generazionale, provo un’attrazione naturale. Ma mentre la rilettura dei testi di Disintegration a tratti imbarazza per la prevedibilità delle immagini e dei sentimenti rappresentati (pur nella cristallina qualità delle composizioni), seguire le acrobazie verbali di Morrissey continua ad essere un piacevolissimo tormento, infinitamente più interessante sia negli album (tra capolavori e giri a vuoto, ma sempre con una trasparenza totale sulla propria anima) che, lo scorso anno, nella sua Autobiography: straordinario documento di questa esistenza come un’opera d’arte, una strenua resistenza a ciò che si dovrebbe diventare, per continuare ad essere Morrissey, anche dopo i 55 anni…

In ogni caso, questo diritto di non diventare vecchi sia Morrissey che Robert Smith se lo sono conquistato sul campo, a dispetto di come vennero considerati all’epoca da chi non riteneva la loro musica in grado di uscire dal ristretto ambito indie e di reggere il passare del tempo. Lullaby è ancora oggi una canzone modernissima, e di un livello che le miriadi di giovani band che popolano il rock di oggi si possono solo sognare. Nell’89 sembrava ancora impensabile portare il goth alle masse; proprio da quegli anni arrivò la trasformazione che ha portato i Cure in arene e stadi sempre più grandi (percorso parallelo a quello dei Depeche Mode, su un versante però più elettronico e spettacolare). Dietro quella maschera triste, Robert Smith non ha più smesso di vincere.

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However long I stay
I will always love you

Lovesong è una delle perle più preziose sul disco più stravenduto di questo inizio di 3° millennio, 21 di Adele. Il fatto che 25 anni dopo sia così perfetta per una giovane cantante soul (con solo una piccola ombra new wave nell’anima) è la prova che le canzoni tristi dei 20 anni ti seguono sempre, dove e quando meno te l’aspetti…

© Andrea Peviani

 

‘However far away’: Revisiting The Cure’s ‘Disintegration’

“‘I think it’s dark and it looks like rain’ you said
‘and the wind is blowing like it’s the end of the
world’ you said ‘and it’s so cold it’s like the
cold if you were dead’ and then you smiled for
a second. — The Cure, “Plainsong”

Booklet-1-1

“Plainsong,” the opening number on The Cure’s seminal album, “Disintegration,” rolls along slowly like fog. The song’s in no hurry. It’s about two minutes and 40 seconds until the vocals appear, and when they do, they’re more spoken than sung, finding a strange, muffled middle ground between the two. It’s an almost alienating way to begin the album. The gloom informs everything that comes afterward. It soaks into your skin, sticks to your ribs.

And it’s utterly rewarding.

“Disintegration,” released 25 years ago last week, was a dangerous album for a melancholic 17-year-old to discover. It was entirely too easy to sink into its operatic heartbreak and multilayered sense of loneliness, the Sturm und Drang of adolescent romance, that awkward moment where love inevitably slipped through your fingers like water, leaving behind a bitter “almost.”

“If only I’d thought of the right words,” sings vocalist-songwriter Robert Smith, in one of the album’s most successful singles, “Pictures of You,” “I could have held on to your heart/ If only I’d thought of the right words/ I wouldn’t be breaking apart .”

It’s almost embarrassing to admit how deeply in love with this album I was, and just as bad to admit how much I still am. It is, the folly of a teenager’s heart aside, an absolute masterpiece, Smith digging deeper and deeper into a fever-dream, each chord lolling ominously, each strand of music thick enough to clasp your hand around.

“However far away
I will always love you
However long I stay
I will always love you
Whatever words I say
I will always love you
I will always love you” — “Lovesong”

Booklet-3-1

Certainly, whatever a teenager knows about love and loss is usually poorly informed and more likely absurd, but it’s striking how well this album has stood the test of time, songs such as “Lovesong,” “Last Dance” and the album’s perhaps most pop-friendly song, “Fascination Street,” having an appeal that seems to transcend mere nostalgia. For all their melodrama, these are still formidable love songs, and if they’re sometimes over-the-top then, at the very least, they carry it well.

The drawn out bass line that leads off “Fascination Street,” the album’s first U.S. single, is telling. As airy and ethereal as this album threatens to become, there’s always something solid to hold onto, some tangible connection to the ground. Which is good, because there are points where Smith jumps headlong into the fog, and trusts that the listener will leap with him.

“On candystripe legs,” he sings on the nightmarish “Lullaby,” “spiderman comes/ softly through the shadow of the evening sun/ stealing past the windows of the blissfully dead/ looking for the victim shivering in bed.”

If you had the least bit of goth in you in 1989, this was your favorite song on the album, with its creepy portrait of a monster that comes to devour you in your sleep, the sense of horror waiting in the darkness. When I was 17, I thought it was just a scary monster song. Twenty-five years later, I think it might be a parable about abuse — “be still be calm be quiet now my precious/ boy don’t struggle like that or i will only love/ you more for it’s much too late to get away” — but honestly, I’m not entirely sure. All I know is that it unsettles me more now than it did when I was young, and I’m not entirely sure what to make of that.

There are many ambiguous moments nestled within the electronic symphony. While the music rises and falls with startling beauty, Smith lets slip a line such as, in “Prayers for Rain,” “you fracture me your hands on me a touch so/ plain so stale it kills you strangle me entangle/ me in hopelessness and prayers for rain.”

Eventually, one’s forced to wonder if there’s not something darker than romantic rejection underneath this album, something that gives the album’s sheer intensity of emotion its ring of truth. But that’s simply idle speculation, and for every complete descent into abject misery, Smith balances out with a more relatable, more up-tempo song such as the title song, “Disintegration,” which — if not exactly cheery — is easy to lose yourself in, to get caught up in its small storms.

“… songs about happiness murmured in dreams
when we both of us knew how the ending would
be…” — “Disintegration”

Inside-1

This is an album I’ve returned to often in the past 25 years, and I’m often not entirely sure what’s drawn me: Some old melancholy, perhaps, some echo of an “almost.” “Never quite said what I wanted/to say to you,” sings Smith in the album’s untitled closer, ” never quite managed the words to/ explain to you never quite knew how to make/them believable/ and now the time has gone.”

“Disintegration” — as much now as then — is an album that leaves you drained and empty-handed. But traversing its beauty and dark corners again, it’s clear the desolation is an entirely worthwhile price to pay for such an extraordinary journey.

© Victor D. Infante

The Eternal

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Nell’ormai lontano 1989, al crepuscolo di un decennio musicale dalle mille luci e dalle mille ombre e al primo albeggiare di una nuova era colma di inquietudini e contraddizioni, compariva sugli scaffali dei negozi di dischi una copertina strana e affascinante che, attraverso la multipla esposizione di macabri e oscuri fiori (del male, verrebbe da dire, citando in maniera un po’ gratuita ma forse calzante l’amaro spleen delle poesie di Baudelaire) su uno sfondo verde cupo, come di acque torbide e gelate, lasciava filtrare il sorriso sardonico e lo sguardo intenso di uno dei personaggi più carismatici della musica pop e rock. Uno sguardo che aveva attraversato l’intero decennio appena trascorso, allargando le pupille nelle penombre del post-punk degli esordi di “Three Imaginary Boys”,  scrutando  nell’oscuro abisso gotico di “Seventeen Seconds”, “Faith” e “Pornography”, cercando squarci di luce con “Japanese Whispers” e “The Top” e foggiandosi infine nella maschera grottesca, ma ironica e persino a tratti giocosa, dell’inquietante incrocio tra un malinconico Pierrot e un sarcastico Joker degli album della “svolta pop” di “The Head On The Door” e “Kiss Me Kiss Me Kiss Me”.
Nel 1989 The Cure non era più il gruppo oscuro per (relativamente) pochi eletti dei primi tre o quattro album, era ormai una band famosa, che riempiva gli stadi, che in Italia aveva partecipato da ospite ad alcune trasmissioni televisive di successo e che poteva contare su un pubblico ampio e trasversale, che spaziava dall’appassionato di rock al fruitore del più generico pop, dal giovane gotico in lugubri gramaglie al più trendy e disimpegnato degli ascoltatori, conquistato alla causa grazie alle irresistibili melodie di singoli di successo come “In Between Days” o “Just Like Heaven”.

Per la band di Robert Smith era giunto il momento di tirare una linea, dire la parola “fine”, chiudere un’epoca e porre le basi per una nuova partenza, fondendo l’oscurità degli esordi con la maggiore fruibilità della fase successiva. Ricostruire, insomma, non prima di aver distrutto, anzi disintegrato, il passato. Il titolo del nuovo lavoro dei Cure, quindi, chiariva già da solo gli scopi e gli intenti di un’opera che sarebbe entrata nella storia del rock come l’album forse più controverso della discografia del gruppo: amatissimo da milioni di anime sensibili per lo struggente romanticismo del quale era intriso, snobbato perché considerato troppo pomposo e “commerciale” da moltissimi altri, tra i quali non pochi fan della prima ora. Non posso che ammettere candidamente di far parte della prima categoria: “Disintegration” è un’opera sontuosa e affascinante, malinconica e autunnale (ma paradossalmente pubblicata in piena primavera!), intensamente disperata e disperatamente intensa… è stato amore al primo ascolto, uno di quelli che durano tutta la vita.
In effetti non è facile parlare di ciò che si ama profondamente: si rischia di essere stucchevoli, retorici o, molto più semplicemente, di non riuscire a trovare le parole adatte a rendere una passione così totale e, nello stesso tempo, a conservare quel pizzico di obiettività necessaria a scrivere un commento minimamente attendibile. Ci proverò partendo dal principio, dal primo irrinunciabile atto d’amore nei confronti di un disco: poggiare per l’ennesima volta il vinile sul piatto, o più prosaicamente il cd nel lettore, alzare il volume (come del resto viene raccomandato nelle note di copertina), e lasciare che i brividi mi travolgano, oggi come allora.

“Disintegration” è un classico “concept album”, uno di quei lavori le cui canzoni sono inscindibilmente legate le une alle altre a formare un’opera unica che, per essere compresa e apprezzata, va necessariamente fruita per intero. Il disco non è una semplice raccolta di musica pop, è un percorso catartico, un lavacro purificatore, una tormentata discesa nei propri personali gironi infernali, alla ricerca della luce che, forse, arriverà solo alla fine del viaggio. Un disco perfetto da ascoltare nei pomeriggi di autunno, quando la luce lentamente scompare, avvolta da nubi oscure, e la pioggia comincia a rigare i vetri delle finestre.

L’album, prodotto dallo stesso Robert Smith in collaborazione con David M. Allen (già al lavoro con band di straculto degli anni 80 come Sisters Of Mercy e Chameleons, ma anche con la nostrana Gianna Nannini), viene inciso negli Outside Studios del Berkshire e pubblicato dalla Fiction Records.

Ormai i “tre ragazzi immaginari” degli esordi sono diventati un quintetto: la line-up della band, infatti, è molto simile a quella già sperimentata in “The Head On The Door” e “Kiss Me Kiss Me Kiss Me”, con Robert Smith alla chitarra e voce, il fido Simon Gallup al basso, Porl Thompson alla chitarra, Boris Williams alla batteria e la new entry Roger O’Donnell che, di fatto, viene chiamato a sostituire alle tastiere il socio fondatore della band Lol Tolhurst, citato nei credits dell’album, ma all’uscita del disco ormai fuori dai Cure.

“Disintegration” si apre con “Plainsong”, che già dalle prime note è una dichiarazione d’intenti: grandiosa, magniloquente, disperata, a cominciare dall’indimenticabile intro strumentale, due minuti e quaranta di psichedelia dal sapore quasi orchestrale, dall’andamento suadente e ricco di raffinati effetti sonori, che lasciano progressivamente spazio alla voce indolente di Robert Smith e a un testo dalle tetre e romantiche coloriture gotiche, che raccontano di Eros, di Thanatos e del terribile e magnifico stordimento che ciascuno di noi prova di fronte alla persona amata, al suo sorriso che, come un lampo, squarcia le tenebre e ci destabilizza, facendoci sentire come se ci trovassimo in bilico sull’orlo del mondo: “‘I think it’s dark and it looks like rain’/ You said/ ‘And the wind is blowing like it’s the end of the world’/ You said/ ‘And it’s so cold/ It’s like the cold if you were dead’/ And then you smiled/ For a second/…/ Sometimes you make me feel/ Like I’m living at the edge of the world/ …/ ‘It’s just the way I smile’/ You said”. “Plainsong” è solo l’inizio del viaggio e già intuisci che sarà doloroso, ma necessario.

Il cammino prosegue con “Pictures Of You”, una delle canzoni (mi sbilancio, lasciatemelo fare) più belle della musica pop di tutti i tempi. Malinconica, struggente, nostalgica, sette minuti e ventotto secondi di pura estasi per un brano miracolosamente in bilico tra coretti quasi easy listening, atmosfere gotiche e chitarre psichedeliche: se “Plainsong” era l’enunciazione del dolore, “Pictures Of You” è la malinconia del ricordo, lo struggimento di un amore perduto o mai nato, la nostalgia per una personale età dell’oro che, forse, non c’è mai stata: “Remembering you/ Standing quiet in the rain/ As I ran to your heart to be near/ And we kissed as the sky fell in/ Holding you close/ How I always held close in your fear/…/ If only I’d thought of the right words/ I could have held on to your heart/ If only I’d thought of the right words/ I wouldn’t be breaking apart/ All my pictures of you”.

Un tappeto di percussioni, su una muraglia di tastiere alternate a chitarre dal sapore lisergico, introduce alla terza traccia dell’album, intitolata “Closedown” e che, sebbene più ritmata e apparentemente meno pensosa, presenta un testo scarno che ancora una volta racconta di un disperato bisogno d’amore: “I’m running out of time/ …/ If only I could fill/ My heart with love”.

“Lovesong”, ostinata e forse velleitaria rivendicazione del proprio desiderio di amare, è la classica canzone pop “perfetta”, tre minuti e trenta secondi che fin dal primo ascolto s’imprimono indelebilmente nella memoria, riscaldando il cuore di qualsiasi animo sensibile con un testo apparentemente banale ma che, nella propria semplicità, coglie in maniera precisa la totalizzante essenza dell’amore: “Whenever I’m alone with you/ You make me feel like I am home again/ Whenever I’m alone with you/ You make me feel like I am whole again/…/ However far away/ I will always love you”.

Ma Giano è sempre bifronte ed ecco che, paradossalmente, un brano che ha appena raccontato della ferma intenzione di amare per sempre sfuma nel successivo che, al contrario, narra di un addio: “Last Dance”, canzone apparentemente dimessa, ma in realtà estremamente suggestiva nelle sue coloriture post-punk che sembrano arrivare dritte dai primi anni 80, è uno dei due brani originariamente esclusi dalla versione in vinile dell’album e presenti solo in quella su cd (l’altro è “Homesick”). Attraverso la metafora dell’ultimo ballo, la canzone narra dello struggente addio a un amore ormai perduto e a una ragazza che ormai si è fatta donna, allontanandosi per sempre: “I’m so glad you came/ I’m so glad you remembered/ To see how we’re ending/ Our last dance together/ …/ A woman now standing where once/ There was only a girl”.

Si giunge così alla celeberrima “Lullaby”, il singolo trainante dell’album ma, probabilmente, anche la canzone meno interessante della raccolta. Il brano, estremamente orecchiabile e sicuramente suggestivo, è una filastrocca horror un po’ artificiosa, nonché una rappresentazione di come tutti noi torniamo bambini e spauriti di fronte all’oscurità della notte e ai mostri che vengono negl’incubi a turbare il nostro sonno: “Quietly he laughs and shaking his head/ Creeps closer now/ Closer to the foot of the bed/ And softer than shadow and quicker than flies/ His arms are all around me and his tongue in my eyes/ “Be still, be calm, be quiet now, my precious boy/ Don’t struggle like that or I will only love you more/ For it’s much too late to get away or turn on the light/ The spiderman is having you for dinner tonight””. “Lullaby” è, per certi versi, un corpo estraneo nel percorso di “Disintegration”, una giocosa “Danse Macabre” degna degli spaventi “gentili” del cinema di Tim Burton ma che, con l’epico e magniloquente romanticismo del resto dell’album, sembra abbia davvero ben poco da spartire.

Il viaggio continua con le percussioni martellanti e le indomite chitarre della tiratissima e rabbiosa “Fascination Street” (uno dei singoli della raccolta, assieme a “Pictures Of You”, “Lovesong” e “Lullaby”), che, in origine, chiudeva il primo lato della versione in vinile.

Con la seconda parte dell’album le atmosfere si fanno ancora più plumbee e suggestive: “Prayers For Rain” è una preghiera tesa e disperata che nella pioggia cerca la catarsi, il lavacro purificatore che possa riscattare un’esistenza ridotta ai minimi termini da un amore che questa volta viene vissuto come totalizzante negazione di sé: “You fracture me/ Your hands on me/ A touch so plain/ So stale it kills/ You strangle me/ Entangle me/ In hopelessness and/ Prayers for rain/ I deteriorate/ I live in dirt/ And nowhere glows/ But drearily and tired/ The hours all spent/ On killing time again/ All waiting for/ The rain”. La canzone è una rete che implacabilmente avvince e avviluppa, sei minuti tra i più indimenticabili di una raccolta sbalorditiva per l’eccezionale intensità che è in grado di produrre.

E la pioggia finalmente arriva con “The Same Deep Water As You”: la canzone è aperta dal cupo rombo di tuoni lontani e continua con il fruscìo della pioggia tanto attesa. E’ forse il brano più struggente dell’intero disco, Robert Smith sembra intonare, quasi al rallentatore, un canto funebre dall’andatura solenne e dolente che racconta in prima persona una storia di separazione e di perdita (“Kiss me good-bye”), la difficoltà di condividere un sentimento (“Can’t you see I try?/ Swimming the same deep water as you is hard”) e, per l’ennesima volta, l’ostinata rivendicazione del proprio diritto e del proprio desiderio di amare (“I will kiss you, I will kiss you/ I will kiss you forever on nights like this/ I will kiss you, I will kiss you/ And we shall be together”). “The Same Deep Water As You” è uno dei massimi capolavori dell’album, oltre nove minuti di sognante e indimenticabile flusso sonoro nel quale è affascinante e allo stesso tempo spaventoso perdersi.

Quando la pioggia finisce, lascia il posto al furore: la title track, “Disintegration”, con il suo incedere epico ed incalzante, narra della rabbia impotente che accompagna la letterale disintegrazione di un rapporto d’amore, lo sconvolgimento interiore che la dissoluzione di una coppia inevitabilmente comporta: “But I never said I would stay to the end/ So I leave you with babies and hoping for frequency/ Screaming like this in the hope of the secrecy/ Screaming me over and over and over/ I leave you with photographs/ Pictures of trickery/ Stains on the carpet and/ Stains on the scenery/ Songs about happiness murmured in dreams/ When we both us knew/ How the ending would be”. Il canto di Robert Smith si alza fino a diventare un vero e proprio grido di dolore, mentre la “disintegrazione” si compie lasciando letteralmente a pezzi il suo cuore: “Now that I know that I’m breaking to pieces/ I’ll pull out my heart/ And I’ll feed it to anyone”.

Eppure, per il ben noto contrappasso secondo il quale a una crisi corrisponde sempre un’opportunità, anche un evento così traumatico, come la dissoluzione di un amore, sembra contenere una valenza positiva: solo disintegrando la propria vita, facendola a pezzi, letteralmente, si può provare a raccoglierne i frammenti e a ricostruirli. La catarsi passa necessariamente attraverso la distruzione e la ricomposizione e, alla fine, la purificazione si compie, attraverso la struggente e dolcissima malinconia della bella “Homesick” (nostalgia… chi non ne ha mai provata per qualcuno o qualcosa?) e la composta tranquillità (o quantomeno quieta disperazione) di “Untitled”, l’ultimo brano del disco, che è  quello della definitiva presa di coscienza di una sconfitta (“Never quite said what I wanted to say to you/ Never quite managed the words to explain to you/ Never quite knew how to make them believable/ And now the time has gone/ Another time undone”) ma anche quello della pacificazione e, forse, della riconquistata serenità. E’ significativo, in tal senso, che “Untitled” sia l’unico brano quasi luminoso dell’album, un raggio di pallido sole che squarcia il grigio delle nubi a regalare una nuova speranza. E non è un caso che la canzone sia “senza titolo”, trasformandosi in una sorta di pagina bianca e aperta al futuro, sulla quale ciascuno potrà provare a scrivere una nuova storia.

Si chiude così l’ultimo grande album dei Cure: la band inglese proseguirà il suo cammino, con esiti alterni, fino ai nostri giorni e, nel 2000, Robert Smith spiegherà come il nuovo disco “Bloodflowers” (forse il più convincente degli ultimi vent’anni) fosse la terza parte di una sorta di “trilogia oscura”, iniziata nel 1982 con “Pornography” e proseguita nel 1989 con “Disintegration”. A ribadire il filo rosso che legherebbe i tre album, nel 2003 uscirà un Dvd live, intitolato non a caso “Trilogy”, che metterà in fila le intere scalette dei tre dischi.

Al di là della continuità con lavori precedenti o successivi, “Disintegration” è un’opera senza tempo e luogo, difficilmente incasellabile, che si è guadagnata, fin da subito ma ancora di più con il passare degli anni, un nutrito seguito di appassionati, conquistati dall’epico e malinconico romanticismo che scorre (come pioggia d’autunno?) lungo i solchi dei dodici magnifici brani che la compongono.

Il disco della disintegrazione, della ricomposizione e della purificazione, il disco della pioggia, della struggente nostalgia e del malinconico sorriso, il disco dell’amore perduto, di quello ritrovato e di quello che non ha alcuna intenzione di smettere di amare, il disco della vita per molti di noi.

Disintegration Review – 1989

When Love Breaks Down

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Barbara Ellen

To criticise any record by a group you adore you have to sit back a little, and take it nice and slowly, Above all you have to be calm. I didn’t feel calm after my first night long vigil In front of the speakers listening to Disintegration and I still don’t. I’d thought that – whatever happened, whatever disintegrated – I could handle it. That my ‘core-and-all’ devouring of post Cure albums, plus the indecent, whispering taster of Lullaby had adequately primed me for what was to come.

Now I wonder if anything could have prepared me for Disintegration. Despite my best efforts to stand back, sprout a pair of bookish eyebrows, sneer occasionally and above all resist, I still emerged from the third play with the countenance of one who pays no real attention when the dentist purrs: ‘This will hurt’, discovering only much, much later why they’ve been strapped to the walls of a sound-proofed cell.

A concept album only in the barest, starkest, broadest possible sense – the disintegration one finds oneself gaping at with an ambulance chaser’s enthusiasm is – quite naturally for a Cure album – that of Robert Smith’s own relationships.

A disintegration, furthermore that comes across to the outsider as so complete, so painful, so ignobling, one Is left fearing f or Smith’s present state of mind. Surely a psyche shattered this profoundly could only resume play as a mosaic.

The tunes are called – and changed often – by all of The Cure but from the first track Plainsong, a swaying, slow narrative, paralysing the listener with sex-poison, to Disintegration‘s lost Untitled Smith’s lyrical agony of indecision is remorseless,

His quandary is nothing if not universal, that of a Mr. Heterosexual ‘I’m only human’ Average Bloke who though already beautifully comfortable and sinking still deeper into a long term relationship, still toys with the Idea of Ms Casual Sex as she draws on her long, black gloves, teases, claws and eventually blinds to reason his groping Inward eye

In Prayers For Rain Smith’s voice is reduced almost to a crooked, shame-faced whisper as his frustration and bad humour spill out In lyrics like. You shatter me, your grip on me, so dull, it kills and later Your hands on me, a touch so plain, so stale it kills . . All over a backing track too lilting and breathless to be in any way obtrusive.

The impression is irresistably that of Smith bored shitless with the diamond he has got, seeking diamante elsewhere, A totally human, ultimately understandable and – in Smith’s case at least vastly damaging reaction. In the next track – one of the album’s best The Same Deep Water As You Smith is admitting that he is not up to ‘her’ depth of emotion and loyalty.

The album continually – in feel if not in melody – reminds the ardent Cure fan of Faith , but never so much as here where the tune- devoutly reminiscent of All Cats Are Grey – gives the Illusion that you’ve just spent the last five minutes floating In the salty, warm, calming waters of The Dead Sea.

Disintegration monitors Smith’s ever-evolving plethora of emotions as they transform from deep, loving pink to an ugly violent maroon and almost back again. Yet It still remains a sharply humorous exercise, as is seen by Lullaby – a song so sexy it will one day be stripped to – and Fascination St where Smith tells his companion to pull on your hair, just pull on your pout…let’s hit opening time on Fascination St…

Observing Smith’s face as It pears up at me from the musky, floral depths of the album cover, his mouth the usual scarlet canoe, his pale face shimmering, I pay silent tribute to the only man I know whose looks are such indelible proof of a real and elegant madness.

On Disintegration‘s inside sleeve Iies the legend This music has been mixed to be played loud, so turn it up and when you do the overall sensation is somewhat scary. The emotions and insights being so raw.

Disintegration remains a mindblowing and stunningly complete album without the two extra tracks – Homesick and Last Dance available on the CD and Cassette, (Both are worryingly superfluous so don’t be conned). Revel Instead in the sure knowledge that- after the rather exasperating over experimentation of Kiss Me, Kiss Me, Kiss Me, Disintegration shows that The Cure are back on thrillingly miserable form. The fun is in how you choose to pick up the pieces.

May 6, 1989

© New Musical Express