The Cure, dieci brani (più uno) per prepararsi al ritorno in Italia

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I The Cure stanno per tornare in Italia per quattro concerti (Bologna, doppia data a Milano e Roma) e come sempre il loro passaggio scuote gli animi più inquieti. Per prepararmi al meglio al ritorno di Robert Smith e soci ho pensato di passare un weekend a ripercorrere l’intera discografia. Per due giorni ne sono stato totalmente risucchiato, rendendomi conto di quanto sia maledettamente impegnativo passare in rassegna tutte le loro fasi. Sono passato dal sentirmi annegare in una pozza di sangue nero a sentirmi innamorato pure del mio cuscino. Mi sono frammentato e ricomposto così tante volte da aver perso la cognizione del tempo, ma alla fine sono riuscito ad estrapolare una mia personale top 10 (+ bonus track).

Boys Don’t Cry

Il pezzo più celebre del disco d’esordio dei The Cure in realtà ha visto la luce solo nella ristampa per il mercato americano. Il titolo del disco viene addirittura cambiato e il brano in questione, oltre a diventarne quello di maggior successo, ne è anche la title-track: “Three Imaginary Boys” approda negli States proprio con il titolo “Boys Don’t Cry”. Il pezzo è irresistibilmente romantico, con un testo dalla sincerità commovente. Se confrontato con il resto del lotto, o con il materiale che va a comporre la successiva trilogia discografica, è un’anomalia. Uno dei brani più ballabili mai scritti dalla band inglese, un’efficace vena punk lontana dai claustrofobici pattern sui quali è stata costruita la carriera di questa pietra miliare.

A Forest

Tratto dal secondo amatissimo album in studio – “Seventeen Seconds” – “A Forest” più che un brano è una definizione. Nei suoi quasi sei minuti di durata racchiude allo stesso tempo l’incipit e la perfetta summa di quello che è stato il lavoro dei Cure nell’ambito dark-pop. Pop perché si tratta di un brano semplice, dai suoni tanto puliti da essere in grado di edificare nella testa di qualunque tipo di ascoltatore. Eppure dannatamente selettivo perché intriso di oscurità e disperazione, come solo un granitico manifesto dark potrebbe essere. Il basso di Simon Gallup (qui impegnato anche con le tastiere) è uno dei più seminali degli anni Ottanta e accompagna la voce e la chitarra di Robert Smith attraverso una foresta avvolta dalla nebbia. Una nebbia che sembra infittirsi nota dopo nota.

The Drowning Man

Tra tutti i brani contenuti in “Faith”, forse il disco più decadente della discografia dei The Cure, “The Drowning Man” è quello più funzionale. Mentre la ritmica iniziale sembra invitare innocentemente, l’incedere dei riverberi trascina l’ascoltatore in una spirale di angoscia. In qualche modo è come se i The Cure fossero riusciti ad inserire nella traccia una forza centrifuga in grado di farci girare senza sosta, senza permetterci di uscirne. Così come per la foresta di “Seventeen Seconds”, anche in questo caso la metafora scelta è talmente vicina alla reale percezione da sfiorare il miracolo. Impossibile non sentirsi come un uomo sul punto di affogare, in un totale annichilimento dei sensi.

The Hanging Garden

“Pornography” è il terzo capitolo di una trilogia che arriva a definire i The Cure – soprattutto per chi ancora oggi si rifiuta di accettare la fine del loro periodo dark – e l’intero decennio Eighties. Ma è anche il lavoro che quasi uccide la formazione britannica, spingendo il suo principale autore verso una voragine di depressione e portandolo ad una rottura apparentemente irreparabile con Simon Gallup. “The Hanging Garden” si colloca all’interno di questo distruttivo lavoro come uno sfogo ossessivo-compulsivo, il momento più allucinato dell’album, nonché il più ispirato.

In Between Days

Dopo la virata di “The Top”, disco che sancisce la fine del buio e l’arrivo inaspettato di luce e colori, Robert Smith lotta contro la sua grave dipendenza dalle droghe ed esce da uno strano periodo di transizione in cui lavora praticamente come un artista solista, per entrare in uno dei periodi più prolifici per i The Cure. Torna Gallup, la band è di nuovo una band e viene pubblicato “The Head On The Door”, disco che rappresenta magnificamente l’inaspettata rinascita e contiene alcuni tra i pezzi più belli e radiofonici del repertorio. Ne è un esempio “In Between Days”, brano catalizzatore di tutti gli spunti positivi nati dalla risalita dall’oblio.

Push

Con “Push” i Cure dimostrano di non essere più solo una band adatta a determinati profili e non lo fanno ricorrendo solo al pop o a dinamiche più solari e positive. Si lanciano anche nel rock, quello di respiro ampio, quello epico che affascina. Ma non si tratta di un’incursione, è più una convergenza. Perché di fatto, pur avendo sempre sguazzato nella new wave e nel post-punk, hanno sempre sfiorato il rock, per lo più quello gothic, dando l’idea di poterlo afferrare in qualunque momento. L’arena-rock di “Push” in tal senso è come un sasso che precipita su uno specchio d’acqua, la fonte da cui si propagano le onde concentriche che arrivano a toccare tutti i dischi pubblicati dal 1979 al 2008.

Just Like Heaven

Dopo aver capito cosa avrebbe potuto renderli ancora più imponenti e totalmente consapevoli del loro potenziale rock, i Cure pubblicano “Kiss Me Kiss Me Kiss Me”, un lavoro catchy che pur lasciando intravedere un ritorno alle tinte dark, punta tutto su una grande produzione e su alcuni brani dal tiro invidiabile. Gli stadi sono pieni, le apparizioni televisive non si contano neanche più e a trainare il successo del disco c’è il loro singolo definitivo, ovvero quello che non sfigura in una compilation di evergreen del rock ma che mette a proprio agio qualunque ascoltatore occasionale: “Just Like Heaven”.

Pictures Of You

“Disintegration” (1989) è l’album più eclettico dei The Cure. Ogni pezzo potrebbe reggere il confronto con intere discografie. I singoli sono perle e quelli che non sono singoli sono comunque così belli che dovrebbero essere title-track di dischi a se stanti, con abbastanza spazio per poter espandere gli innumerevoli spunti. Eppure tutti insieme compongono un organico perfetto, maestoso, l’unico in grado di far vivere anacronisticamente i Cure della darkwave, con tutte le loro angosce, senza perdere il focus su un sound moderno, maturo e altamente vendibile. Tra i singoli si erge “Pictures Of You”, un pezzo in cui l’ossessione è descritta e presentata come qualcosa di dolce. Un colpo da maestro.

Fascination Street

Tra tutte le piccole opere d’arte contenute in “Disintegration”, ce n’è una che sembra vivere di vita propria. Come accade per quasi tutto il platter, le tastiere vogliono essere protagoniste, qui fautrici di una melodia ipnotica, ma il basso di Gallup si insinua tra i tessuti e crea scompiglio. La voce di Robert Smith è più comunicativa che mai e racconta una storia proibita, nell’episodio più seduttivo della sua carriera. Uno degli esempi più chiarificatori di cosa voglia dire indossare una maschera di trucco per non mostrarsi indifesi agli occhi del mondo, e allo stesso tempo rendere quella maschera un’icona universale.

A Letter To Elise

Alle persone piace da morire poter dire “ah, quello è l’ultimo vero album che hanno fatto” parlando di una band che hanno amato. Ai fan dei Cure, il più delle volte, piace identificare quell’album con “Wish”, del 1992. Oltre all’inflazionata hit “Friday I’m Love” (geniale nel suo diventare attuale una volta a settimana), il fiore all’occhiello di questo colpo di coda di una carriera clamorosa è “A Letter To Elise”. Il testo è uno spietato trattato sull’amore, una missiva in grado di frantumare qualunque cuore.

BONUS TRACK: Burn

Poche band nella storia hanno incarnato il concetto di “cult” come i The Cure. E cosa accade quando un gruppo cult scrive un brano per la colonna sonora di un film cult, tratto da un fumetto cult? Lo si scopre ascoltando la colonna sonora de Il Corvo. “Burn” è il brano che Robert Smith ha composto per l’indimenticabile film diretto da Alex Proyas, e tratto dall’omonimo fumetto di James O’Barr. Eric Draven, il personaggio interpretato da Brandon Lee, è una delle icone più potenti della cultura dark e nessuno meglio dei Cure avrebbe potuto musicarne le gesta. “Burn” non solo è uno dei pezzi più belli accreditati alla band britannica, è anche la punta di diamante di una delle migliori colonne sonore del cinema anni Novanta.

How To Sound Like The Cure on Guitar

When it comes to pedals — and chorus and delay in particular — few players have had as lasting an influence as Robert Smith of The Cure. Bands like Dinosaur Jr and the Smashing Pumpkins have recorded loving covers of Cure songs, and the cavalcade of recently released boutique chorus and modulation pedals testify to Smith’s lasting impact as a guitar tone architect. In this edition of Potent Pairings, we’re taking a look at some classic Cure guitar tones and how to use every day pedals to achieve them.

Performed by Chris Kareska

The Cure Debut Two New Songs

Legendary goth rock group The Cure, who have not released an album since 2008’s 4:13 Dream, played two new songs in New Orleans last night. Below, a fan footage via YouTube. The songs, which are suspected to be called ‘Step Into The Light’ and ‘It Can Never Be The Same’. ‘Step Into The Light’ is the catchier of the two new songs with a more upbeat vibe and major key melody. ‘It Can Never Be The Same’ seems cut from a similar cloth to much of 1989’s Disintegration, as it’s a pensive, dark, and dirge like endeavour.

Here’s a Robert Smith six-pack for the Cure singer’s birthday

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Robert Smith, the oft-lipsticked frontman for The Cure, turns 57 years old today, and as we continue to wait for the long-promised 4:14 Scream, featuring 14 of the unreleased songs from the band’s 2007 recording sessions which resulted in their 2008 album 4:13 Dream, we thought we’d spotlight some non-Cure material on which Smith can be heard.

1. The Associates, “The Affectionate Punch” (1980) – Smith contributed backing vocals to the opening track – and title track – of the debut album by this Scottish band, led by the late, great Billy Mackenzie. Smith also turned up a few years later on “Even Dogs in the Wild,” a song released by the Associates on a flexidisc for Flexipop Magazine.

2. Reeves Gabrels, “Yesterday’s Gone” (2000) – Given that Smith had turned up at David Bowie’s big 50th birthday concert bash to sing on “The Last Thing You Should Do” and “Quicksand,” it’s not such a big stretch that Smith might also contribute to a solo project by Bowie’s guitarist, Reeves Gabrels. In fact, it was at that very concert that Smith and Gabrels first met. Just as a side note, Gabrels returned the favor by playing lead guitar on The Cure’s single “Wrong Number.”

3. Earl Slick, “Believe” (2003) – Clearly, Smith gets along with Bowie’s guitarists, as that’s arguably one of Slick’s most high-profile past gigs…although working with John Lennon and Yoko Ono ain’t too shabby, either! This was another instance where Smith’s agreement to contribute guest vocals resulted in a bit of payback: in turn, Slick added guitar to a remix of “A Forest” done by Mark Plati.

4. Blink-182, “All of This” (2003) – More than a few folks did a double take when word got out that Smith had contributed to a Blink-182 album, and in their defense, the band was kind of surprised when he agreed to participate. In an interview with Billboard, guitarist/vocalist Tom Delonge admitted that he didn’t think Smith would be into the idea, given the band’s perceived immaturity in the past, but it was “just amazing” when Smith responded and said, “’Nobody knows what kind of songs you are going to write in the future and nobody knows the full potential of any band. I really like the music you sent me.”

5. Junior Jack, “Da Hype” (2003) – If this doesn’t confirm that Smith was all over the damned place in 2003, we don’t know what will. When Jack corralled Smith to chime in on this single, it paid off handsomely: the song hit #1 on the US Dance chart.

6. Billy Corgan, “To Love Somebody” (2005) – There’s something rather magical about the idea that the lead singer of Smashing Pumpkins and the lead singer of The Cure getting together in the studio and deciding, “Say, let’s cover a Bee Gees song!” Okay, so maybe that’s not exactly how it went down, but that was the end result nonetheless, which is still pretty darned cool.

BABY-FACED ROBERT SMITH AND THE CURE’S FIRST TIME IN AMERICA, 1980

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In Spring of 1980, just as Robert Smith was about to turn 21 years old, the Cure, supporting their sophomore release Seventeen Seconds (and new single “A Forest”) made their first trip to America. They played six dates, including three in NYC at the Hurrah’s nightclub, where Chris Stein and Debbie Harry turned up to meet them.

From the now quite pricey and rare 1988 Cure bio Ten Imaginary Years:

On 10 April, The Cure went to America for the first time.

Robert: “We’d obtained cult status out there but we only played New York, Philly, Washington and Boston. We played three nights – 15, 16 and 17th – at Hurrah in New York and it was packed.”

Simon: “It was done on a shoestring budget but it was lots of fun. Instead of having cans of beer backstage, we’d have shots of Southern Comfort!”

Robert: “It was like a holiday. Even at this point, everything we did, we didn’t think we’d be doing again so we used to go to bed at about five in the morning and get up again at eight just to go out and see New York.”

On his return, Robert told Record Mirror how America meant “being bombarded by people who all ask the same questions and all want to shake your hand . . . you just find yourself getting sucked into the whole rock ‘n’ roll trip which we’re trying so hard to get away from” while Sounds’ Phil Sutcliffe, who’d accompanied the band to New York. told, in an article “Somebody Get Me A Doctor,” how Robert had done his utmost to avoid having his picture taken with Debbie Harry.

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Although these two videos from one of the nights at Hurrah’s were posted by the creators, Charles Libin & Paul Cameron, ASC, a few years back, they’ve had precious few plays. If only all shot from the audience videos of the punk/post-punk and new wave era were done this well.

“A Forest” was the set closer, while “Secrets” was the first encore, played next.

More footage was shot in Boston on April 21st at a short-lived club called The Underground which lasted only from February 1980 to June 1981, but presented gigs by Bauhaus, Bush Tetras, A Certain Ratio, OMD and Lydia Lunch’s 8-Eyed Spy during its brief moment.

Again from Ten Imaginary Years:

Robert: “My 21st birthday happened in Boston and, after the gig, Bill and the four of us got taken to some art media event by this guy who was making a video of us. We had some drugs. I remember a TV and a set of homemade videos and we got bored and insisted this bloke drove us back to our hotel so he took us in his Beetle – the five of us and his girlfriend!

It was a little cramped so I got out and sat on the bonnet—it was about five in the morning so we thought we’d take the risk. Bill then decided to drive and went the wrong way round a roundabout without thinking. When he realised it, of course, he just kept on going round, laughing insanely and then he got hysterical, got a flat, slewed across the road and I fell off the bonnet.

I tried to change the wheel – I don’t know why I was doing it – but I couldn’t understand why the hub-cap wouldn’t go back on so I started kicking it, and it was only a few seconds later, when the pain suddenly reached my brain, that I realised the reason the hub cap wouldn’t go back on was because my thumb was trapped underneath it. I’d just reduced it to pulp! After that we drove to New York overnight but ended up in Cape Cod because Bill had taken a wrong turn! We eventually arrived at the airport just in time to catch the plane to get back to London for Top Of The Pops.”

This performance was taped by a guy named Jan Crocker and members of the MIT Film/Video Group with four cameras. Boston’s own Mission of Burma were the opening act. You can see more of this footage at his website.

And finally, here is a considerably worse-for-wear looking Robert Smith telling the BBC of his youthful 1980 visit to New York some 32 years later in 2012, including an explanation of why he didn’t want to be photographed with Debbie Harry (He should be so lucky!).

Robert Smith’s 21st birthday

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Jan Crocker strikes again.

Two weeks after the Boston music-video pioneer and M.I.T. teaching assistant posted his never-before-seen footage of the Police playing the Rat in 1978, Crocker pulls a Mr. Butch and shifts his focus from Kenmore Square to Allston. A few days ago, he posted rare video of The Cure playing short-lived Packard’s Corner rock club the Underground in April of 1980 — the night of Robert Smith’s 21st birthday.

Video from this Cure’s show, the final stop on their first North American tour, has been available on YouTube for some time. But this is believed to be some of the first live footage seen in a long while (maybe ever?) of the Cure playing “A Forest”, the second single of the British post-punk band’s second album Seventeen Seconds, released around the same time as the Allston show. Video was recorded by Crocker and the MIT Film/Video Group, and Mission of Burma opened the show.

Here’s more info from the video description:

“Filmed with four Newvicon low-light black and white cameras and looped through a Shintron special effects generator, we were set up to switch the show live. The Shintron froze up during the opening set by Mission of Burma and [due to] MIT Engineer Terry Lockhart’s quick thinking and rapid fix, the cameras were looped threw a color encoder we had on board, and a single color RGB was assigned to three cameras with the fourth remaining black and white. Thus the constant color
effect you see in the video. I edited the original footage for a screening in Boston in 2010. Thanks go out to the MIT Film’Video Section and especially Benjamin Bergery who was a constant creative companion on several of the videos I produced at MIT.”

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Located at 1110 Commonwealth Ave., Underground in Allston was open from February 1980 to June 1981, yet made a considerable impact on the Boston music scene, welcoming a host of European bands to its L-shaped room. It hosted one of the first U.S. shows by New Order (in September 1980, four months after the suicide of Joy Division’s Ian Curtis), and bands like Bauhaus, Bush Tetras, Orchestral Manoeuvres in the Dark, A Certain Ratio, and Lydia Lunch and 8-Eyed Spy also played the room during in its brief period of operation.

The Cure, it should be noted, are playing Agganis Arena, just up the block along Commonwealth Avenue from the Underground, on June 16.

Watch The Cure video below, and check out more of Crocker’s work via his KINODV site.