The Cure, l’incredibile show della vita e della morte

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Il dark e il pop, il nero e tutti i colori, messi in scena dalla band nel tour italiano e interpretati da quella immortale maschera horror e clownesca che porta il nome di Robert Smith

Il nero dei capelli. Il nero della matita intorno agli occhi piena di sbavature. Il nero degli abiti. E poi sempre più dentro, fino al nero che è l’unico colore che si riesce a vedere nei momenti bui.

“See into the dark, just follow your eyes”… Ancora: “The sound is deep, in the dark, I hear her voice”. Parole di A forest, che con quel basso insistente, alla vigilia di Halloween, all’interno del Palalottomatica di Roma, rimbombano. Fin troppo, colpa della pessima acustica del palazzetto.

Ma i Cure vanno avanti, ad immergersi nel buio, a scavarlo per scoprire che dentro ci sono un sacco di persone che vedono nero. “But the fear takes hold, creeping up the stairs in the dark, waiting for the death blow”. E ancora “Under a black flag, a hundred years of blood”. Così canta Robert Smith in One hundred years, brano antimilitarista accompagnato da immagini in bianco e nero (c’è anche Mussolini), uno dei momenti più bui, che apriva quell’occhiata nel terrore che era Pornography, del 1982, composto al culmine della depressione di Smith. All’interno del palazzetto vecchi darkettoni e giovani adepti del culto ascoltano in silenzio.

E invece no. Il concerto non è solo questo. Non è il tour della trilogia dark, non è una black celebration. “Troppo pop”, è il commento di chi sperava in un tuffo in Faith e dintorni. “Pop” è solo uno dei tanti colori che da quel nero man mano emergono. “Pop” alla maniera unica di Robert Smith. Che attacca alle 20:30, inaugurando le 2 ore e 40 minuti di live con Shake dog shake. Un modo tutto suo di dimostrare solidarietà con l’Italia scossa dal terremoto? No, spesso in questo tour partito il 10 maggio da New Orleans iniziano così. E subito dallo scarno palco nero iniziano a colorarsi i laser, le proiezioni, i filmati. Inizia così un viaggio attraverso l’arcobaleno pop e rock di 40 anni di musica vissuta davvero senza compromessi. Che colore era quello delle schitarrate allegre di In between days? E la wave era già new quando nel 1980 pubblicavano Play for today, a suo modo perfetta anche per gli stadi? Il nero diventa fumettistico e si tinge di rosso e ragnatele per Lullaby, che rientra nella categoria “singoli strani” che i Cure hanno sempre tirato fuori anche quando sembrava che il nero fosse l’unico colore possibile. Il post punk era già un ricordo quando con Let’s go to bed (ma al palazzetto si sente malissimo) sembravano i Depeche Mode di Some great reward? Colori, generi ed emozioni sempre diverse. I Cure sono anche quelli funk di Hot hot hot!!! Addirittura quelli cabarettistici di Lovecats. E quelli che a cavallo degli anni Novanta declinarono a modo loro anche le sonorità Madchester: a Roma dopo Never enough arriva anche Wrong number in un arrangiamento che sembrano gli Stone Roses. I Cure – in formazione con Smith e Simon Gallup è tornato anche il tastierista Roger O’Donnell a rimpolpare il sound – sono anche quelli di Lovesong, di cui Adele ha realizzato una cover nel suo album super best seller che ancora rimpingua le casse di Robert Smith.

Troppo pop? Ditelo a quella meraviglia di The edge of the deep green sea, cavalcata monumentale risalente alle seconda, terza vita dei Cure, che nonostante sia interpretata da Smith evitando accuratamente le note più alte (le primavere sono comunque 57 per l’artista) rimane uno splendido racconto breve (prima o poi magari qualcuno azzarderà candidarlo al Nobel). La stessa cosa per ora non si può dire dei due inediti che propongono in tour, il primo materiale inedito in quasi dieci anni: Step into the light e It can never be the same ricalcano i percorsi già ampiamente battuti. Ma c’è Just like heaven. C’è Pictures of you. Anche Friday I’m in love: altro che nero, pochi sono in grado di scrivere canzoni così euforiche.

Il merito è delle canzoni, del nero e del pop, dell’immaginario creato dai Cure. Ma anche e soprattutto di una geniale intuizione narrativa, un po’ cinematografica e un po’ letteraria. La creazione di una maschera immortale che rende tutto questo plausibile, la tristezza e l’euforia, la depressione e la voglia di condivisione. Si chiama Robert Smith ma ha un aspetto poco umano, quasi indefinibile. È un clown nero ma anche una rockstar post esaurimento nervoso. I capelli arruffati tenuti miracolosamente con la lacca. Gli occhi bistrati di nero che si spalancano fino a impaurire e poi si socchiudono indifesi. E poi c’è quella camminata a spalle strette che diventa poetico balletto da mimo impazzito. Non invecchierà mai questa maschera. Horror, circense, Tim Burton, Sorrentino. Invecchierà il suo interprete ma la maschera no. Ancora una volta abbandonerà l’amata chitarra con cui si protegge per guadagnarsi la scena durante Close to me e un po’ più svociata ma ancora più tragica interpreterà “l’incredibile spettacolo della vita e della morte”. Questa è la cura di Robert Smith per la vita.

La scaletta del concerto

Shake Dog Shake
Fascination Street
A Night Like This
The Walk
Push
In Between Days
Play for Today
Step Into the Light
Pictures of You
Lullaby
Kyoto Song
High
Charlotte Sometimes
Lovesong
Just Like Heaven
From the Edge of the Deep Green Sea
One Hundred Years
Give Me It

It Can Never Be the Same
Burn
A Forest

Want
Never Enough
Wrong Number

The Lovecats
Hot Hot Hot!!!
Let’s Go to Bed
Friday I’m in Love
Boys Don’t Cry
Close to Me
Why Can’t I Be You?

© Gianni Santoro

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