THE CURE “Live Hammersmith Apollo Londra 22-12-2014”

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Day two all’Hammersmith di Londra. Praticamente gli stessi volti osservati nella giornata di ieri si apprestano a bissare un’altra maratona (attesa prima, e concerto poi) di musica insieme ai Cure. Non è certo facile bissare spettacoli così intensi senza tregua alcuna, senza neppure una giornata di riposo, senza giocare al risparmio. Regola che vale per i sostenitori del gruppo, ma soprattutto regola che vale per i Cure, una delle pochissime band al mondo capace di instaurare un rapporto speciale con il proprio pubblico e, in forza di questo, una band che continua a concepire gli spettacoli come autentiche maratone estenuanti: l’unico modo per sentirsi vivi (?), l’unico modo di cementare il sodalizio con i fan (?). Certamente è l’unico modo di Robert Smith di stare sul palco. Gli And Also The Trees sono ancora la band che ha il privilegio di aprire la serata. Rispetto a ieri, ci sembrano ancor più sciolti ed in sintonia con l’Hammersmith. Ammettiamo che non debba proprio essere uno scherzo suonare in una struttura come questa, ma la band di Simon Huw Jones pone in essere un concerto dignitoso, godibile e con quel giusto mood preparatorio ai Cure. Insomma, non sempre gli organizzatori azzeccano la band di supporto: questo Natale siamo stati decisamente fortunati. Puntuali alle 20.00 i Cure fanno passerella posizionandosi davanti ad i rispettivi strumenti. Cooper è il primo (ed il rumore all’Hammersmith Apollo si intensifica), poi arriva Gabrels che si gode il ruolo di “nuovo virtuoso di casa Cure”; O’Donnell ammicca con il pubblico con uno sguardo un po’ convinto, Gallup, mentre imbraccia il basso, ha l’espressione severa di chi si appresta a realizzare una grande performance (ed il rumore in sala raggiunge già decibel pericolosi). E poi arriva il capo, che sorride piacevolmente divertito mentre afferra la chitarra e si avvicina al microfono (ed il rumore generato nel teatro crediamo che possa essere sentito in tutta Londra!!!). Si (ri)parte. Anche oggi è il brano d’apertura di “The top” che apre le danze. Smith invita il suo popolo di adepti a scuotersi; questi rispondono in coro ed all’unisono, con un tonante “Shake dog shake”, non fanno mancare l’affetto ed il sostegno. Lo schema è quello proposto ieri: l’intero set di canzoni di “The top” mischiate con il grande repertorio Cure. La band, tuttavia, non ripropone fedelmente lo spettacolo di ieri, sostituendo molti brani con altri pezzi che, esclusi ieri, “spintonavano” per ritrovare la propria celebrità concertistica. Una scelta che rende ancor più piacevole lo show. “Piggy in the mirror” anticipa “A night like this”, forse la canzone in cui Gabrels si dimostra lontano anni luce dalle musiche dei Cure: troppi svolazzi, troppi virtuosismi alieni al sound della canzone. Solo la chitarra di Smith riporta pace al pezzo del 1985. Una chitarra (quella di Smith) che sa essere firma prima ancora che arrivi la melodia del pezzo. Un suono che in trent’anni è stato imitato da chiunque, ma nessuno ha mai realmente saputo ripeterne il feeling, il mood, il pathos e l’energia. E poi arriva quella voce; quella voce che è sua e sua soltanto. “Say goodbye on a night like this”, ed esplode l’arena. “A man inside my mouth” è un non scontato ripescaggio, “The walk” è la solita bomba dance funk che non può mancare, e “The caterpillar” mette in mostra il genio creativo di Smith ed il suo totale senso melodico. “From the edge of the deep green sea” è un delle più classiche rock song (tutti all’Hammersmith Apollo hanno le mani sollevate), e “Push” ritrova il posto in scaletta, dopo essere stata accantonata ieri. Robert Smith (al solito) sorride divertito osservando i fan delle prime file mentre gridano il ritornello della canzone: sono due momenti di piacevolissima partecipazione collettiva. La doppietta pop di “Inbetween days” e “Just like heaven” è, ad inizio concerto, la rappresentazione e sintesi del versante piacevolmente easy della band, mentre con le speculari “Never enough” e “Wrong number” (singoli rispettivamente del 1990 e 1997) arriva finalmente il momento in cui Gabrels non si sente un pesce fuor d’acqua, inserendosi perfettamente nella melodia della band. Il capobanda è sempre più ispirato. Canta con la voce di un ventenne, suona la chitarra con intensità, passando anche al flauto in un paio di frangenti per dedicarsi, infine, anche ad un’insolita trottolina rumorosa (come nell’introduzione di “The top”); insomma è in forma strepitosa, tanto che gli altri quattro Cure sembra che stentino addirittura a tenergli testa o stare dietro i suoi ritmi frenetici. “Lovesong” e “Kyoto song” sono momenti deliziosi di oggi, mentre il finale del main set è da urlo. “One hundred years”, “Give me it” e la già citata “The top” danno al concerto rispettivamente rock decadente, noise, per finire con la desolazione alla stato puro: “Please come back, please come back… all of you”. “Primary” riempie l’arena di un rock ballabile (se solo ci fosse un po’ di spazio vicino alle transenne!), mentre “Charlotte sometimes” aggiunge quell’atmosfera in più grazie alle onnipresenti tastiere. Dopo un rientro totalmente dedicato a “Disintegration”, in cui “Pictures of you” tocca delicatamente le corde emotive degli ascoltatori, “Lullaby” anticipa un’intensa “Fascination street”, preparando l’ultimo encore di stasera. “Dressing up” (pregevole, e con “The empty world” una delle più apprezzate di “The top”), “The lovecats”, “Close to me”, “Why can’t I be you”, “Boys don’t cry” e la definitiva “Hey you” concludono con intensità crescente questa maratona. Ancora tre ore di spettacolo, per una fatica ampiamente ripagata. Il rifare sempre le stesse cose. Avere la certezza di emozioni che continuano e crescono. Avere la certezza che seguire le vicende artistiche di Robert Smith rappresenta più uno stare dietro le mosse di un grande uomo, prima ancora che di un grande musicista. Quando il terminare una trasferta come questa si traduce nel desiderio che ne arrivi presto un’altra. Quando in realtà un concerto dei Cure non è mai solo un concerto. Quando quest’anno Natale arriva con quattro giorni di anticipo sul calendario.

© Gianmario Mattacheo

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