Cure a Milano , parla Robert Smith «Ma quali dark…Noi siamo allegri»

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«Ci avete dato una bella lezione. Ma la Spagna, che squadra di marziani: da anni, io tifo per loro e non per i miei. Perché Rooney, da loro, giocherebbe al massimo nella seconda squadra». I «miei» sono gli inglesi di Roy Hodgson, battuti dagli Azzurri.

E lui è l’ultima persona al mondo con cui ti immagineresti a parlare di pallone. Già, lui è Robert Smith, da 35 anni profeta oscuro dei Cure, uno che sembrerebbe avulso dal mondo. E che invece vi è immerso assai, specie quando decide di uscire dal suo ritiro nel Sussex. E di concedere una delle rarissime interviste: sabato 7 è a Rho (Milano) con i compagni di ventura di sempre, headliner dell’Heineken Jammin’ Festival che si apre giovedì con i Red Hot Chili Peppers. I Cure scenderanno poi nella capitale, lunedì 9 luglio, per il Rock in Roma.

Robert, 53enne con la faccia di bambino, parla un inglese placido e chiarissimo. E ci parla innanzitutto del concerto: forse solo il Boss, tra i grandi rocker della Terra, è più generoso dei Cure. Robert e soci non scendono infatti mai sotto le tre ore di show. C’è un motivo, spiega: «Nel 1973, risparmiai per un mese per poter vedere a Londra David Bowie, il primo vero concerto della mia vita. Lui suonò soltanto per 45 minuti. Quando sono diventato musicista, ho sempre pensato che avrei dovuto rispettare il mio pubblico. E poi cantare è una cosa bella, adrenalinica, lo faccio in casa come lo faccio sul palco. Perché dovremmo risparmiarci?».

Già, i tour: l’Italia delle lezioni calcistiche è anche l’Italia che più ha dato soddisfazioni ai Cure. «Ricordo con piacere tutti i concerti da voi. Ma soprattutto il tour dell’89, forse uno dei migliori della nostra carriera, proprio nei giorni di Tien-An-Men: sentimmo una comunanza incredibile col pubblico». E italiano è anche Paolo Sorrentino che ha confessato di essersi ispirato a lui per il Sean Penn di «This Must Be The Place». Robert ci scherza su: «Non l’ho visto, proprio per non doverlo commentare. Ho letto però la trama. E ho guardato le foto di scena. Ma il personaggio di Penn mi assomiglia così tanto? E soprattutto, la sua storia non sembra affatto la mia, ma al limite quella di una delle mie canzoni». Ecco, le canzoni, l’immaginario buio, il mal di vivere che ancora è appiccicato come un marchio indelebile ai Cure: «Che noia. Sono una persona normale. Mi posso alzare felice, come con la luna storta. E poi sono vent’anni che cerchiamo di sembrare il più possibile allegri, guarda i video…».

Di sicuro però i Cure non fanno parte dell’establishment di Britannia. Né ci tengono. Non li si vedrà nel parterre de roi dei concerti per le Olimpiadi, né sono saliti sul palco per il Giubileo della Regina. Partiamo dalla seconda: «Che assurdità la monarchia, la famiglia reale, il concetto di ereditarietà: io sono un fottuto repubblicano». E bum. I giochi? «Un business delle grandi corporazioni, una macchina per fare soldi. Io mi vergognerei a cantare per un evento come quello». Insomma, in questo i Cure non sono mai cambiati: «Siamo sempre stati fuori da qualunque logica nazionalpopolare in Gran Bretagna. E il potere ci ha cancellato. Non me ne faccio alcun problema».

Semmai Robert non ha più la stessa concezione del tempo. Da teenager disse di voler passare a miglior vita entro i 25: «Quand’ero giovane ero abituato a pianificare la mia vita in termini di anni e avevo tempo di pensare anche alla morte. Ora cerco di vivere giorno per giorno. Anche se l’attitudine a guardare il lungo periodo non se ne è andata via del tutto. Diciamo che mi sforzo di progettare soltanto i prossimi tre mesi». Per morire c’è tempo.

4 luglio 2012

© Matteo Cruccu

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