The Cure – Curva Sud Stadio Olimpico Roma – 23 Luglio 2002

La band di Robert Smith infiamma gli animi degli oltre 15 mila spettatori, che hanno assistito ad uno dei concerti più entusiasmanti mai tenuti in Italia dai Cure. Brani epici, che continuano a creare emozioni e far sognare intere generazioni.

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Un concerto superlativo, di quelli che non si scordano facilmente. I Cure, alla loro seconda tappa italiana del nuovo tour, non deludono le attese, e ripagano un’assenza che per la capitale era di oltre 2 anni (l’ultima performance, infatti, era l’8 Maggio 2000 al Palaeur). Supportati da una massiccia campagna promozionale, che li ha visti sul palco della curva sud dello Stadio Olimpico di Roma ospiti del Cornetto Free Music Festival Roma Live (organizzato dalla Barley Arts di Claudio Trotta, dalla B.B.C., con il patrocinio del comune di Roma), Smith e soci sono riusciti a radunare oltre 15 mila fedelissimi. Tra il pubblico c’erano “ragazzi” che li seguivano sin dagli esordi fino ai più giovanissimi, che hanno probabilmente scoperto i Cure con il recente Greatest Hits, il cui parziale successo ha suscitato l’idea di questo tour. La serata è stata aperta da Pietro De Cristofaro, un rocker emergente, con un album all’attivo (a cui ha collaborato anche Cesare Basile), ma dal sound un po’ troppo ripetitivo e scontato. Troppo poco e poco idoneo per un pubblico che attende da ben due anni. Un’attesa che viene ripagata alle 21 e 40 in punto. Le luci si abbassano e il palco si “tinge” di colori blu e viola: il pubblico si inizia a scaldare, ad urlare ed ecco che sul più bello entrano i Cure. Si parte con “Plainsong”: bastano poche note a mandare in estasi la vasta platea del Cornetto Free Music Festival. La voce di Robert Smith è in grande spolvero, anche se alcuni problemi tecnici non rendono inizialmente ottimale l’ascolto. Ma è questione di poco. Smith e soci hanno grinta ed energia da vendere. Ed ecco che inanellano una serie di brani memorabili: a partire da “Open” passando per “Torture”, “The Kiss” e “If Only Tonight”. La prima parte del concerto è sicuramente quella più cara ai fedelissimi della prima ora. Vengono ripescate splendide gemme estratte da album come “Seventeen Seconds”, “Pornography” fino all’ultimo in studio “Bloodflowers”. Ed è proprio da quest’ultimo che vengono alcuni tra i brani migliori della serata: “Watching Me Fall”, “The Last Days Of Summer” e “Bloodflowers”. Il suono, imponente e corposo, viene ben disegnato dal basso di Simon Gallup e dalla batteria di Jason Cooper, e per limpido contrasto dalle chitarre precise e taglienti, che sfoggiano un suono mai sentito nelle versioni su disco. I Cure sentono che devono qualcosa ai loro fans. Terminata la prima parte si gettano a capofitto in una sequenza dei loro maggiori hit. In ordine sparso trovano spazio canzoni di successo come “Love Song”, “In Between Days” e “Just Like Heaven”, fino ad arrivare alla recente, e criticata (forse l’unico brano che non è piaciuto al pubblico di Roma), “Cut Here”, ovvero l’inedito incluso nell’ultimo Greatest Hits. I Cure escono, ma il pubblico non ne vuole sapere. E allora ecco arrivare il terzo atto, forse quello più intimo, in un rapporto tra gruppo e pubblico: “Charlotte Sometimes”, “A Forest” (questa volta in una versione da singolo, senza la nota introduzione di tastiere), “Play For Today”, “The Drowning Man” e “Faith” in una versione da brividi. Dopo due ore e 40 i Cure salutano il pubblico di Roma, sperando si tratti solo di un arrivederci. Una delle più belle scalette mai proposte in Italia dai Cure. Il suono corposo ha sicuramente reso giustizia ai brani dei periodo post “Pornography”, e soprattutto tante sorprese che hanno reso ancora più grande uno dei gruppi cardine della storia del rock.

Luglio 2002

© Antonio Ranalli

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